Professione Ghost Writer: Il blog cambia casa, ora lo trovate qui: www.iltuoghostwriter.it

Ho rinnovato il sito Il tuo ghostwriter, ora ha una struttura nuova e comprende anche il blog, che prima abitava a un altro indirizzo e delle pagine dedicate a ciascuno dei miei libri, quelli pubblicati e quelli che si andranno ad aggiungere, ancora in divenire. Mi definisco una “capra informatica”, quindi la transizione definitiva al nuovo assetto del sito richiederà un po’ di tempo, magari ci sarà qualche disguido, in breve sono certa che riuscirò a raggiungere l’equilibrio ideale. Il mio lavoro, quello dello scrittore fantasma, è parecchio cambiato negli ultimi anni. L’anno scorso sono usciti due libri che hanno in copertina il mio nome insieme a quello dei miei narratori: La regola dell’eccesso, coautore Renato Tormenta e Tessa e basta, coautrice Tessa Krevic e non è neppure finita qui: altre uscite sono già in programma. Il vecchio sito aveva un’aria datata, insomma, era giunta l’ora di svecchiare la mia immagine, dare uno spazio dedicato e organizzato alle pubblicazioni e favorire il dialogo con i lettori. Certo in più ci vorrebbe un intervento di chirurgia plastica per ringiovanire l’aspetto della ghost writer ma io, oltre a essere una fifona tremenda, tutto sommato sono anche piuttosto orgogliosa dei segni dell’età che, secondo me, contribuiscono a dare spessore alla storia e alle esperienze di una persona. Mentre attendo che tutti i pezzi del puzzle combacino, ne approfitto per aggiornare qualche testo e pensare nuove storie che troveranno posto nel blog.

Mi piacerebbe molto che i blogger che mi seguivano qui continuassero a seguirmi al nuovo indirizzo http://www.iltuoghostwriter.it/argomenti/blog/

Dai. vi aspetto!

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Dai, cosa ti costa fare una telefonata!

«Come state? Se non chiamo io…»
«Elisa fa ancora fatica a camminare. Dobbiamo aspettare per capire se dovrà fare della fisioterapia.»
«Quella caduta è stata una rovina. È depressa?»
«Parecchio. Il pomeriggio deve comunque curare quel cazzo di bambina.»
«Come stanno i tuoi nipotini?»
«Sempre malati. E maleducati. Ci attaccano tutte le malattie che prendono all’asilo e noi siamo vecchi. Ci tocca curarli e loro ci prendono a male parole. Adesso sono ancora piccoli, figurati tra qualche anno.»
«Sei il solito esagerato!»
«Non esagero un cazzo e mio figlia è una cogliona. Lascia stare mio genero, quello…»
«Il cane?» suggerisco per uscire dall’impasse di una conversazione stralunata.
«Poveraccio, è rincoglionito ma tiene duro. Ogni tanto piscia in casa, si perde sotto il tavolo della cucina e si spaventa. Oppure mi chiama in piena notte e mi tocca scendere in giardino. Continuo a portarlo dal veterinario, ma quello lì ha una sua filosofia. Dice che il cane non soffre, tutto sommato per l’età che ha sta bene. Insomma, non è uno di quelli a favore dell’eutanasia. Di certo io non gliela chiedo. Però è dura aspettare, poi tu mi puoi capire. Anche il tuo…»
«Sì. Hai ragione anche il mio, ormai. Del resto ha passato i centocinque anni, tradotti dall’età canina a quella umana. Tutto sommato se la cava ancora bene.» D’istinto faccio il paragone con mio suocero, sordo, con la cataratta, affetto da demenza senile e con difficoltà a deambulare. Lui è anche incontinente, ma c’è la badante. Il mio cane non sporca, ma non vuole più stare con la dog-sitter e non posso uscire. Sono mesi che non vedo un ristorante.
«È un periodo del cazzo e non accenna a finire» prosegue Antonio. «Vogliamo parlare della borsa? Di quel che sta succedendo alle banche?»
«Meglio di no!» Comincio a pensare a cosa posso dire per chiudere in modo dignitoso questa telefonata: frasi di circostanza. «Mi ha fatto piacere sentirti.»
«Anche a me. Salutami tuo marito. Appena possibile organizziamo un’uscita, come ai vecchi tempi.»
«Sì» rispondo senza entusiasmo. La vedo difficile. Dobbiamo aspettare che i nostri cani abbiano raggiunto il paradiso dei quadrupedi. Riguardo a mio suocero non si sa, basta che la badante non decida di tornare in Romania e poi bisognerà vedere se nel frattempo non avremo perso tutti i soldi con un crollo di borsa e il bail in. Saremo così vecchi per allora che forse ci ritroveremo nella stessa casa di riposo, Elisa ed io spingeremo lungo il corridoio i nostri uomini sulle sedie a rotelle.
La sala mensa sarà il nostro Savini.

Divagazioni sul mercato immobiliare, su quando avevo più amici vivi e sulle risate

Ho finito ora di leggere il post sul mercato immobiliare di Toronto scritto dal mio amico Filippo, emigrante di ultima generazione. Ve lo consiglio, vi farà ridere se eviterete di fare il confronto tra il Canada e l’Italia.
Ora mi domando: ci siamo accorti di quanto poco ridiamo negli ultimi tempi.
Quanti di noi hanno occasione di ridere di gusto almeno una volta al giorno? E a giorni alterni? Almeno una volta a settimana? Nooo? E neanche una volta al mese?
Per quanto mi riguarda posso pescare i momenti in cui ho fatto grasse risate solo nel mio passato. Sì, occasioni ne ho avuto e molte, bei periodi, ero in forma (ero anche più giovane e questo aiutava). Oddio ora sono una pantera grigia piacente, ma è un’altra cosa.
Gli amici erano simpatici, frizzanti, disponibili alla battuta.
Avevo anche più amici vivi.
Dai, non toccatevi che non è bello.
Siete miei amici? Beh, io sono uno scrittore, ma fantasma.
Dovete preoccuparvi? Decidete voi.
Questa è una fase della vita in cui sembra che tutto stia per spegnersi, disgregarsi, andare a male, perdere di valore.
Sullo spegnersi che c’è da dire? Mica è difficile immaginare cosa si spegne.
Quella cosa lì, il desiderio soprattutto riferito al sesso.
Possono raccontarci quello che vogliono, che non si invecchia più e che la chirurgia plastica e il botulino fanno miracoli anche nei punti chiave (ho scritto chiave?), ma sono tutte cretinate.
Che poi è mica che uno ci debba fare una malattia! Ogni cosa ha il suo tempo e se a suo tempo il tempo non l’abbiamo perso allora non è adesso il tempo di avere dei rimpianti.
Ora quel che conta è altro.
Come, per esempio, il trovare l’occasione per farsi una risata di quelle sane.
Nel presente e non persi dentro la nostalgia di un ricordo.
Ma ritorniamo al mercato immobiliare.
Se a Toronto le case sono ancora un investimento redditizio è solo perché i canadesi sono indietro rispetto a noi. Su-pe-ra-ti. Quel fenomeno lì, della stamberga che compravi a due lire e valeva oro nel giro di sei mesi, qui l’abbiamo già visto. Ci ha anche fatto fare pazze risate e ballare la rumba per certi affari che ci hanno reso l’iradiddio, grazie alla casetta in valle del diosadove ereditata alla morte del nonno.
Vi ricordate la stalla semi-crollata venduta a peso d’oro?
In Canada sono ancora a quel punto lì, fanno soldi a palate. Vere spe-cu-la-zio-ni-ni, poveracci.
Anzi, peggio, provinciali!
Noi, invece, siamo avanti.
Ora le nostre case hanno perso almeno il venti percento del loro valore. Siamo più vecchi e più poveri e non abbiamo più voglia di eseguire tutte le migliorie e le manutenzioni che ci entusiasmavano fino a qualche anno fa. Perché quando diventi una pantera grigia della casa ti frega di meno, il tuo interesse è tutto concentrato nel goderti l’ultimo scampolo di vita vera che ti resta e che non sai neanche quanto durerà. A questo punto, se ti è rimasto un po’ di buon senso, non investi in una ristrutturazione che ti toglierà il sonno con la parcella dell’architetto. Preferisci organizzarti un bel viaggio, conoscere nuovi amici, concederti il tempo per riflettere e capire che non c’è niente che conti davvero quanto la possibilità di ridere almeno una volta al giorno insieme a qualcuno cui tieni.
Un obiettivo difficile da raggiungere di questi tempi, forse troppo ambizioso.
E allora?
Allora tiriamo a campare e seguiamo le quotazioni del mercato immobiliare.

Coca e spinelli a colazione – V puntata

Mi hanno portato dell’acqua. Ora è passato, sto meglio. Era da tanto tempo che non avevo un attacco di panico. La cameriera e il barista mi sono intorno. Di certo non vedono l’ora che ce ne andiamo anche se siamo gli unici clienti.
Laurica ha una faccia stralunata… Povera piccola, le doveva capitare anche di vedermi in questo stato. Con i problemi che ha.
Sua madre, la mia amica Mirella, si fa di coca e ruba i soldi al marito per procurarsela. Adesso mi spiego perché al lavoro fosse tanto schizzata!
«Senti Laurica, da quanto tempo la mamma fa uso… Insomma, abusa di quella roba lì?» Allungo una mano per carezzarle una guancia, un gesto di consolazione. Lei si ritrae, mi guarda storto.
«Non so. Io me la ricordo con il naso sporco. Diceva che era farina, ma poi la torta non c’era e neanche gli gnocchi.» Adesso ride. Credo non abbia mai voluto sapere fino in fondo. Il sesto senso speciale dei bambini.
«E tu? Gli spinelli?»
«Dall’anno scorso. Fumano tutti, lo sai» replica, sfrontata.
Non dico niente. Non è mia figlia e neanche mia nipote. Però penso subito a Renato Tormenta, che si è perso perché ha fatto delle sostanze le sue cattive medicine. Forse Laurica ha davanti a sé una strada segnata, forse troverà un bivio e potrà decidere in che direzione andare. Ci vuole testa e tanta fortuna per non restare sulla strada sbagliata troppo a lungo. Jacopo il ragazzino mio amico, ha capito in tempo che doveva virare. Adesso che ci penso, è un po’ che non lo sento, troppo tempo.
Per una volta non so che fare. Non ho neppure l’abbozzo di una possibile soluzione.
«Dove stavi andando?»
«A casa di una mia amica. Io suoi sono via per lavoro fino al prossimo mese.»
«L’hanno lasciata da sola?»
«Nooo. C’è sua sorella che fa l’università», poi aggiunge: «Sua sorella, Marina, studia da avvocato e… sa tutto. Siamo d’accordo che vado da loro e lei chiama mamma e papà.» L’ha detto quasi in un sussurro. Uno squarcio di buon senso, un programma di cose fatte bene.
Quanta saggezza, perfino troppa.
«Lo capisci che devo controllare? Ti accompagno.»
«Lo sapevo che averti incontrato era una sfiga.» Intanto mi pare rinfrancata, il momento brutto è passato per tutte e due. «Che mestiere fai? Ancora la giornalista?»
«Ho smesso da tanto. Faccio la ghost writer
«Sarebbe?» chiede. Non mi stupisco. Sono ancora pochi quelli che conoscono il mestiere dello scrittore fantasma. Neppure il film di Roman Polański, The Ghost writer, è servito ad aumentare la popolarità di quelli che fanno il mio lavoro. «Scrivo romanzi che ricavo dalle storie degli altri.» Il massimo della semplificazione. «Adesso andiamo a casa della tua amica. Chiamo un taxi. Il tuo zaino è troppo pesante.»
Laurica si alza, solleva le braccia, raccoglie i capelli e li infila sotto il berretto di lana. Io indosso il piumino, prendo la borsa. Sono alla cassa e sto per pagare quando lei mi sussurra qualcosa da sopra la spalla.
Mi volto. «Non ho capito» dico.
«Non vorrai mica scrivere di questa storia, vero?» ripete a voce un po’ più alta.
La guardo, seria e rispondo: «Non lo so».
(5 – Fine)

2010-13-GhostWriter-FColonna sonora del film The ghost writer

No, tu non hai capito niente – IV puntata

Mi guardo intorno, ora nel bar non ci sono altri clienti. È un’ora morta, le dieci del mattino e sono ancora seduta al tavolino con Laurica.
Siamo in pausa per raccogliere le idee.
Di certo lei si sta domandando se ha fatto bene a dirmi che sua madre, la mia amica Mirella, è diventata una ladra. Me la ricordo ai tempi in cui lavoravo anch’io in redazione. Mirella era sempre la prima ad arrivare, efficiente, precisa, mai stanca. Alle riunioni sapeva quando tacere, poi a volte stupiva tutti tirando fuori un’infilata di idee per nuovi progetti, alcuni validi, altri strampalati, sparati lì quasi con affanno. Era strana, anche allora. Eppure non ci avevo fatto caso. Il ricordo è velato dal pregiudizio per quello che so di lei, ora: ruba.
«Senti Laurica, io non ho capito. Non vi mancano i soldi per la spesa e tu… sei in ordine.» Tossisco, mi confondo. «Intendo dire che non ti manca niente, insomma… hai capito quel che voglio dire.» La scruto. In questa storia c’è qualcosa di sbagliato. Che stronzata tutta la faccenda!
Spio la strada attraverso la vetrina macchiata. Piove e fa freddo e io devo ancora andare in copisteria a ritirare la copia dell’ultimo manoscritto: seicento pagine che avrebbero massacrato la mia stampante, poverina. Invece, ho incontrato questa ragazzina con lo zainone. È carina, ma banale, una come tante. Non avrà mai un fascino speciale.
«Mamma ruba a papà i soldi per la coca e lui è convinto che glieli frego io per gli spinelli. Sai, l’anno scorso l’avevo fatto.» Lo dice tutto d’un fiato, gli occhi grandi, spalancati come quelli di un fumetto. «Allora? Ci prendiamo l’aperitivo?»
Il mio braccio si muove lento, verso l’alto, la mano sventola in una specie di saluto. La cameriera si muove da dietro il banco e mi fissa preoccupata.
Ho appena recuperato nella borsa un sacchetto di carta marrone. Ora ci respiro dentro.
Sono previdente, io. Non esco mai senza avere un sacchetto a portata di mano.
(4 – Continua)

Che dici? Ci prendiamo l’aperitivo? III puntata

Laurica tace, guarda fisso oltre la vetrina. Sta così da almeno cinque minuti. Io ho bevuto il secondo caffé e decido di forzare un po’ la situazione: «Vuoi dire che Mirella, la tua mamma, è costretta a rubare? Tuo padre però un lavoro ce l’ha ancora?» C’è un po’ d’ansia nella mia voce, sono in affanno. Certo situazioni le leggi sui giornali, te le raccontano, le osservi a distanza, al massimo ti viene un dubbio su qualcuno che conosci, ma non vuoi approfondire. E poi ci sono i migranti, un altro pianeta che guardi da lontano, con il cannocchiale.
Eviti quel che ti gira attorno e non ti piace.
Guardo Laurica: piumino, sciarpa e berretto di buona fattura, roba calda. Maglione troppo grande che non mi pare un granché e poi i jeans e gli stivali bassi. Una divisa, non le manca niente.
Magari in tasca ha l’IPhone.
«Sì, ma non è più come prima» dice. «Mamma ha dovuto rinunciare a delle cose.» Laurica ora tace, lo sguardo perso nel fondo del cappuccino. Io immagino un frigorifero in cui rimbomba l’eco, la doccia senza bagnoschiuma, i collant rappezzati con lo smalto trasparente e l’abbandono del Nespresso a favore della vecchia moka. Mi si stringe il cuore. «Vuoi un altro cornetto?»
«No, grazie. Sono a dieta. Ho preso due chili. Mamma non cucina più e mangio solo schifezze.» Peggio di quel che pensavo.
«Cosa intendi dire? Neppure la spesa… la frutta e la pasta, dei pelati, il pesce, lo yogurt…» Sono in imbarazzo. Mi raddrizzo sulla sedia e penso a come sciogliere la tensione.
Laurica mi guarda di traverso. «Merendine e surgelati e poi…» mi fissa e aggiunge: «Mica ci mancano i soldi per fare la spesa! Cos’hai capito?» Io sprofondo nella confusione e lei cambia registro: «Che dici? Ci prendiamo l’aperitivo?»
(3 – Continua)

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Problem solving per adolescenti, si può fare? – II puntata

«Che significa: “Mamma ruba”?» Conosco Mirella, la mamma di Laurica, da almeno vent’anni. Abbiamo lavorato per diverso tempo nello stesso giornale, poi io ho cambiato mestiere. L’ho un po’ persa di vista. Prima ci sentivamo ogni tanto, non più di due volte l’anno, e adesso era passato un sacco di tempo dall’ultima volta. Intanto Laurica si è rilassata, frigna, quieta. La confessione le ha fatto bene.
«Allora? Spiegami» dico.
«Rogne sul lavoro. Hanno cominciato a darle meno di stipendio, credo il trentapercento. Lei diceva che era un po’ che le cose andavano male. Il giornale aveva perso tanti inserzionisti e l’editore non aveva altra soluzione. Litigava con papà. Tutti i giorni la stessa storia. Papà diceva che erano dei bastardi e lei li difendeva. Io non ci sto dentro con le loro liti. Vado in camera mia, chiudo la porta e metto le cuffie.»
«E poi? Cos’è successo? Perché…» Adesso mi ricordo di avere sentito delle brutte voci sul mio vecchio editore. Avevo ascoltato distratta, ma dentro quello sparlare ci stavano le vite di tante persone: donne, uomini, bambini e ragazzi, la retta dell’asilo da pagare, i libri di testo, il mutuo e le spese di condominio. Perfino il veterinario.
«Pepe, il cane, ce l’avete ancora?» chiedo, ansiosa
«È morto giusto un anno fa, dopo le feste di Natale. Lo abbiamo anche fatto operare, qualcosa allo stomaco.» Gli occhi di Laurica diventano bui. «Alla fine hanno smesso di pagare lo stipendio a mamma. Per diversi mesi. Lei lavorava lo stesso e con papà litigava ancora di più.» Parlare le fa bene, mi accorgo che ha smesso di piangere.
«Poi?» Siamo tutte è due protese una verso l’altra, ai lati opposti del tavolino. Tanto vicine che i nostri fiati si incontrano, ma non oso toccarla.
«Dopo otto mesi che lavorava gratis l’hanno licenziata. È stato prima dell’estate, però siamo andati in vacanza lo stesso. Papà ha detto che ce la potevamo fare, ma era sempre incazzato.» Ora tace, immersa in un pensiero di cui non mi mette a parte.
Aspetto. Voglio darle tempo. Rimetto il cellulare nella borsa, poi le stringo il polso attraverso il tavolino. “Forza, piccolina”, penso. “Butta fuori tutto che ti fa bene”. Laurica non ha ancora finito di sfogarsi e io sto già vagliando una serie di possibili soluzioni. Uno dei miei soprannomi tra chi mi conosce bene è Problem solving, gli altri sono Prestocheètardi e Disastro Ambulante.
Qualcosa vorrà pur dire.
Intanto ordino un altro caffé.
(2 – Continua)

Sono venuta via da casa – I puntata

«Oddio, sei tu! Vieni qui.» Abbraccio la figlia della mia amica. «Quanto tempo è passato! Come stai? Come state tutti?» Lei è imbarazzata, resta rigida tra le mie braccia. E non parla.
È impaurita. Sono le nove passate da poco, a quest’ora dovrebbe essere a scuola.
«Cosa c’è?» L’allontano da me, ma le tengo la mano. La distanza di due braccia quasi distese è come un muro trasparente, spesso quanto basta per non far passare neanche le parole. Laurica ha con sé uno zaino fuori misura, almeno per i libri di scuola.
«Vieni. Andiamo a prenderci un caffè.» La tiro di forza dentro un bar scalcagnato, dall’aria muffa. Appeso a un angolo della vetrina c’è il cartello Cedesi Attività.
Ci sediamo a un tavolino con sopra i resti di una colazione, ordino due cappuccini e, mentre aspettiamo, metto in mostra un sorriso rassicurante che non vuol dire niente.
Laurica abbassa gli occhi, con le dita raduna le briciole della brioche del cliente che ci ha preceduto. Lo fa con movimenti lenti e simmetrici, perfino eleganti, poi lo straccio della cameriera interrompe quella digressione utile a rimandare l’inevitabile spiegazione.
Non ci metto il pensiero, ma nel cuore so già quel che mi sentirò dire.
«Lo dirai a mamma!» sussurra mentre le lacrime cominciano a scontornare la riga nera sotto gli occhi.
Le passo un pacchetto di Kleenex. «Occhio, che ti cola il mascara.»
«No» dice. «È waterproof.» Lei scoppia in un pianto dirotto e io in una risata.
Frugo nella borsa, pesco il cellulare e lo poso in grembo, sotto il bordo del tavolino, intanto sono arrivati i cappuccini, per Laurica anche una cornetto.
«Allora?» Tengo le mani chiuse attorno alla tazza, non riesco a smaltire il freddo. La ragazzina condisce il caffelatte con due bustine di zucchero, tira su con il naso, mescola piano. Si toglie il cappello di lana con il pon-pon e due lacci larghi e lenti come copri-orecchie. Un’imponente chioma dorata le scivola sopra le spalle come un mantello.
«Sono venuta via da casa.» Mi fissa, insolente.
«Sei scappata» distinguo. «Non mi risulta che a tredici anni tu sia abbastanza grande per decidere di “venire via da casa”.» Mi abbandono contro lo schienale, allungo le gambe e afferro al volo il cellulare che rischiava di scivolare a terra. Sorrido, cercando di avere un’aria rilassata e accogliente. Mi ricordo quando sono fuggita da casa io, diverse decine di anni fa.
La ragazzina è rossa in faccia, fa tenerezza.
«Perché?» Scelgo una vena cordiale mentre sprofondo nella sedia, silenzio il telefonino e comincio a digitare un messaggio per la mia amica, la mamma di Laurica. Lei adesso singhiozza sopra la tazza.
Dal bancone la cameriera e il barista ci osservano, una stranita, l’altro scocciato.
Ho quasi finito di comporre il messaggio, sto scrivendo le indicazioni per raggiungere il bar.
«Mamma ruba.» Un fiato come l’ultimo respiro.
«Come?» Sto per premere l’invio.
«Sì. Ruba!» È quasi uno strillo. Adesso sono io a lanciare una lunga occhiata ai due dietro il bancone. Loro distolgono subito lo sguardo, lei sistema le tazze, lui affetta il prosciutto per le piadine.
Lascio perdere l’SMS. Per il momento non lo mando più.
(1 – Continua)

Un malloppo di ricordi inutili

Fuori è buio pesto, c’è la nebbia e un’umidità appiccicosa ha trasformato i miei capelli in una nuvola di zucchero filato al carbone.
Come quello della Befana.
Per sbaglio mi vedo allo specchio, un passaggio veloce mentre poso il cappotto. Preparo un caffè e mi sistemo sul ponte della mia nave, la scrivania. Accendo il computer e faccio partire la colonna sonora che mi fa compagnia negli ultimi tempi; comincia con Sitting on the dock of the bay. Apro un nuovo foglio di word, devo aggiornare il blog, programmare le prossime uscite. Potrei guardare tra i file in attesa di essere completati, ramazzare qualcosa tanto per cominciare l’anno senza fare troppa fatica, ma dopo quasi due giorni di inerzia indolente, ho voglia di far correre le dita sulla tastiera.
Adesso sono le note di Stand by me che mi riportano nel passato mentre ho appena messo i piedi in un nuovo anno. La musica mi conduce lontano, all’indietro, tante cose, fatti, persone, emozioni appena abbozzate, frammenti veloci. In modo spontaneo e senza intenzione mi ritrovo a iniziare il percorso che consiglio ai miei narratori, le persone per cui scrivo le autobiografie come scrittore fantasma. Chi deve prepararsi a raccontare la storia di una vita deve fermarsi sui ricordi, far riaffiorare ogni dettaglio magari con l’aiuto di vecchie foto, lettere o altri documenti.
Ma io non mi fermo.
Corro perché so che il tempo si è accorciato.
Ho troppe cose alle spalle, un disordine caotico, anni accatastati in bilico precario, facce ben chiare nella mente, volti sfumati di cui non rammento il nome e strette al cuore e risate, pochi rimpianti e tanta nostalgia.
Richiudo, uno dopo l’altro, i cassetti del mio passato. Qualcuno scivola leggero sulle guide, qualche altro scorre a fatica, devo calibrare la spinta, accompagnarlo nella corsa, l’ultimo proprio non riesco a serrarlo.
C’è qualcosa di troppo che lo blocca.
Lo riapro, so cosa contiene, roba recente, avanzi, situazioni irrisolte che oggi non ho voglia di affrontare. Arriverà quel momento, ma non è adesso.
Premo con le mani per contenere lo spazio di quegli scarti disordinati. Sotto le dita sente stoffe morbide di seta e velluto e qualcosa di ispido che punge e fa male. Sale un profumo di mela e poi di fumo stantio, l’odore di vaniglia del mio cane, sento in bocca il gusto di un gelato al pistacchio.
Non voglio guardare cosa contiene. Mi limito a rovistare, tasto con i polpastrelli premendo forte verso il fondo è incontro il filo di una lama.
Ritiro la mano, c’è un taglio e sanguina.
Che rabbia!
Chiudo il cassetto di scatto, con forza. Rimbomba un’eco esagerata e mi accorgo di avere tranciato via tutto ciò che era in più. Quel malloppo di ricordi che era inutile conservare.
Ecco, ora sono pronta per ricominciare.