Sono venuta via da casa – I puntata

«Oddio, sei tu! Vieni qui.» Abbraccio la figlia della mia amica. «Quanto tempo è passato! Come stai? Come state tutti?» Lei è imbarazzata, resta rigida tra le mie braccia. E non parla.
È impaurita. Sono le nove passate da poco, a quest’ora dovrebbe essere a scuola.
«Cosa c’è?» L’allontano da me, ma le tengo la mano. La distanza di due braccia quasi distese è come un muro trasparente, spesso quanto basta per non far passare neanche le parole. Laurica ha con sé uno zaino fuori misura, almeno per i libri di scuola.
«Vieni. Andiamo a prenderci un caffè.» La tiro di forza dentro un bar scalcagnato, dall’aria muffa. Appeso a un angolo della vetrina c’è il cartello Cedesi Attività.
Ci sediamo a un tavolino con sopra i resti di una colazione, ordino due cappuccini e, mentre aspettiamo, metto in mostra un sorriso rassicurante che non vuol dire niente.
Laurica abbassa gli occhi, con le dita raduna le briciole della brioche del cliente che ci ha preceduto. Lo fa con movimenti lenti e simmetrici, perfino eleganti, poi lo straccio della cameriera interrompe quella digressione utile a rimandare l’inevitabile spiegazione.
Non ci metto il pensiero, ma nel cuore so già quel che mi sentirò dire.
«Lo dirai a mamma!» sussurra mentre le lacrime cominciano a scontornare la riga nera sotto gli occhi.
Le passo un pacchetto di Kleenex. «Occhio, che ti cola il mascara.»
«No» dice. «È waterproof.» Lei scoppia in un pianto dirotto e io in una risata.
Frugo nella borsa, pesco il cellulare e lo poso in grembo, sotto il bordo del tavolino, intanto sono arrivati i cappuccini, per Laurica anche una cornetto.
«Allora?» Tengo le mani chiuse attorno alla tazza, non riesco a smaltire il freddo. La ragazzina condisce il caffelatte con due bustine di zucchero, tira su con il naso, mescola piano. Si toglie il cappello di lana con il pon-pon e due lacci larghi e lenti come copri-orecchie. Un’imponente chioma dorata le scivola sopra le spalle come un mantello.
«Sono venuta via da casa.» Mi fissa, insolente.
«Sei scappata» distinguo. «Non mi risulta che a tredici anni tu sia abbastanza grande per decidere di “venire via da casa”.» Mi abbandono contro lo schienale, allungo le gambe e afferro al volo il cellulare che rischiava di scivolare a terra. Sorrido, cercando di avere un’aria rilassata e accogliente. Mi ricordo quando sono fuggita da casa io, diverse decine di anni fa.
La ragazzina è rossa in faccia, fa tenerezza.
«Perché?» Scelgo una vena cordiale mentre sprofondo nella sedia, silenzio il telefonino e comincio a digitare un messaggio per la mia amica, la mamma di Laurica. Lei adesso singhiozza sopra la tazza.
Dal bancone la cameriera e il barista ci osservano, una stranita, l’altro scocciato.
Ho quasi finito di comporre il messaggio, sto scrivendo le indicazioni per raggiungere il bar.
«Mamma ruba.» Un fiato come l’ultimo respiro.
«Come?» Sto per premere l’invio.
«Sì. Ruba!» È quasi uno strillo. Adesso sono io a lanciare una lunga occhiata ai due dietro il bancone. Loro distolgono subito lo sguardo, lei sistema le tazze, lui affetta il prosciutto per le piadine.
Lascio perdere l’SMS. Per il momento non lo mando più.
(1 – Continua)

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