Seduto sul balcone a mangiare il cane

Odio le pompe self service, per questo stamattina ero alla ricerca di un benzinaio in carne e ossa, insomma il cosiddetto Servito. Mentre vagabondavo, rischiando di ritrovarmi del tutto a secco, ho svoltato in una via che non conoscevo. Sui lati c’era una squallida infilata di capannoni industriali, qualcuno in evidente stato di coma per via della crisi: vetri rotti, pluviali penzolanti, cortili sporchi.
Il posto ideale per tentare il suicidio durante un attacco acuto di depressione.
Procedevo svogliata, la Smart era meno convinta di me di riuscire a trovare un distributore aperto in mezzo a quel panorama di cubi grigi. Quello stradone derelitto mi ha fatto venire in mente un libro, Il condominio di J.G.Ballard. Non c’entrava molto con il panorama che avevo intorno, eppure l’incipit mi ballava dentro la testa come un retropensiero molesto: “Era trascorso qualche tempo e, seduto sul balcone a mangiare il cane, il dottor Robert Laing rifletteva sui singolari avvenimenti verificatisi in quell’immenso condominio nei tre mesi precedenti”.
Che stessi per rimanere a secco proprio lì, con il rischio che la mia vita entrasse in “una dimensione più sinistra”? Cominciavo a sentirmi agitata. Io credo che ci sia qualcosa di vero nelle pre-mo-ni-zio-ni.
Avevo deciso di fare inversione e levarmi di torno, quando mi sono sentita osservata.
Ho inchiodato.
I musi giganti di quattro cani bellissimi mi guardavano dal muro di cinta di una fabbrica. Un murale con i miei soggetti preferiti: cani di razza e meticci dagli occhi profondi, capaci di intuire di te più di quello che tu riuscirai mai a capire di loro. Com’era possibile che qualcuno avesse deciso di lasciare simili capolavori nel vuoto di un’area che viveva, o forse sopravviveva, per poche ore ogni giorno, solo il tempo di chi la frequentava per lavoro?
Sono scesa dall’auto per leggere la targhetta del portone. Proprietà privata, c’era scritto e niente altro.
Ma i cani dipinti lì fuori erano di tutti, per tutti.
Soprattutto miei.
Sono rimasta a fissarli, appoggiata alla Smart, dopo qualche minuto sono ripartita.
Mi ero ricordata che di sicuro avrei trovato un benzinaio aperto al Carrefour.

Murale cani via De Vecchi - Assago (MI)

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La scelta di Jacopo

Cercavo di trattenere il fiato per non disturbare i suoi pensieri. Jacopo doveva prendere una decisione che avrebbe influenzato tutta la sua vita.
«Se non fosse stato per quel Picone lì, il Poppi sarebbe ancora nella compagnia. Non era uno tanto brillante, ma era bravo.»
Chissà qual era il suo parametro di giudizio. Il Poppi uno bravo? E per cosa? «Magari ci è già andato di mezzo qualcun altro e non lo sappiamo» ho insinuato. «Il padre di Poppi ne sa qualcosa.» Un’ipotesi che ora aveva fondamento.
Jacopo ha reagito come una furia: «Di sicuro. Quando sono andato al supermercato per dirgli che mi spiaceva, è andato fuori di testa. Anche sua moglie, ma in modo diverso. Che il padre avesse qualcosa da nascondere io l’avevo già capito». Si tormentava le mani mentre parlava, poi ha tirato fuori le sigarette, ma si è limitato a carezzare il pacchetto. La Smart odora di pino.
Siamo rimasti a parlare per un’ora, con il motore sempre acceso.
«Non devono passarla liscia e adesso sappiamo anche dove abita Picone. Voglio raccontare tutto alla polizia. Anzi, no. Ai carabinieri, in caserma ci sta uno che conosco, l’amico del fratello di un mio amico.» Ci era arrivato, bravo! Jacopo è un bravo ragazzo, intelligente. Uno che sa distinguere fatti e persone.
«Ti accompagno?» ho proposto, senza alcuna voglia.
«No, grazie.» Mi ha sorriso. «Adesso vado a parlare con mio padre. Magari la penserà diverso, ma io non cambio idea. Faccio quello che devo fare.»
«E poi?»
«Poi vado via. L’avevo già in programma.» Sottovoce aggiunge: «Dopo che avrò spifferato tutto, qui non ci sarà più posto per me».
«Dove?» ho chiesto, sollevata. Per lui è la cosa migliore, però che mondo storto! Se fai una cosa giusta ti tocca nasconderti.
«Londra.» Aveva strizzato l’occhio. «Là c’è qualcuno che mi può aiutare. Un tale, si chiama Julian Patel, è un mercante d’arte, amico di un nostro comune amico.» Senza darmi il tempo di fiatare, mi ha stampato un bacio sulla guancia ed era già fuori dalla Smart, dentro l’onda di calore. Mentre la portiera si stava chiudendo mi è arrivato l’eco della sua voce: «Salutami la tua palla di pelo».
Era scomparso dentro il portone.

Le puntate precedenti:
Luce tra le rovine
La lettrice notturna
Una serata così
Sotto stretta sorveglianza
La Violante
Ti regalo un libro
Jacopo ha letto il libro
Volevo parlare con te
Mica sono un tipo pericoloso
Il tempo a disposizione sta per scadere
Proprio da me doveva venire?
Le nove e venti, lui è ancora qui
Un banale incidente
Adesso cosa devo fare?
Siamo rimasti a parlare chiusi nella Smart
Quello lì lo conosco. È lui che ci dava la roba

Quello lì lo conosco. È lui che ci dava la roba

Jacopo aveva bisogno di tempo.
«Sai che facciamo? Vieni da me e mangiamo qualcosa, così parliamo con calma.»
«Andiamo in un bar qui vicino» aveva proposto invece lui.
«Non posso.» Intanto controllavo le notifiche sul cellulare. Otto, tra tutto.
«Dio santo, perché?»
«Lo sai che a casa ho la pelosa. Ha i suoi bisogni.»
«Che cazzo! Che pizza!»
«Jacopo, non ti permettere!» L’avevo guardato inviperita.
«Scusa.» Aveva tirato indietro il sedile della Smart. «Va bene, andiamo.»
«Ok. Senti, devo passare a ritirare un abito da un’amica. Ci metto un minuto, è di strada.» Mi ero ricordata che dovevo riprendermi il vestito prestato ad Anna un mese prima per una serata importante. Io l’avrei dovuto usare il giovedì dopo, avevo in ballo una cena elegante a casa del narratore per cui stavo scrivendo. Anna e io avevamo la stessa taglia, l’abito era un Dolce&Gabbana che avevo acquistato in un momento di follia, Comunque in saldo, s’intende. Aveva una scollatura profonda sulla schiena ed era verde smeraldo, perfetto per me che sono rossa. In effetti sono convinta che doni più a me che alla mia amica, anche se lei pensa il contrario.
Jacopo non aveva più aperto bocca, ogni tanto fissava il pacchetto di sigarette che aveva in mano e faceva girare l’accendino tra le dita. Ho acceso la radio sul canale della classica, dopo un minuto lui ha spento.
«Siamo arrivati. Faccio in fretta. Quel che devo ritirare è in portineria, la mia amica è partita, quindi…» Ero già fuori dall’auto e stavo per entrare quando da dentro si è aperto il portone. È uscito uno alto e riccio, un bel tipo a dire il vero, mi ha fatto passare e un minuto dopo ero di ritorno con il porta-abito Samsonite che mi scaldava il braccio.
Jacopo era sul marciapiede, l’aria stranita, una sigaretta storta tra le labbra.
«Che c’hai?» ho chiesto.
«Quello che è uscito prima, il tipo che hai incrociato…»
«Allora?»
«Quello lì lo conosco. È lui che ci dava la roba. L’amico del padre di Poppo.» Parlava tenendo premute le mani sulle orecchie, quasi non volesse ascoltare le sue stesse parole.
«Sei sicuro? Magari è…» Io non ero agitata, non mi ero resa conto di quel che stava dicendo.
«No, non mi sbaglio. È Picone.»
«Picone? Ma è il vicino di casa di Anna?» Avevo cominciato a ridere come una scema. L’effetto della tensione.
Jacopo aveva buttato il mozzicone e mi aveva afferrato per un braccio. «Guarda, sta uscendo dal parcheggio. Salta in macchina che lo seguiamo.»
Avevo fatto in tempo a vedere l’Audi blu che svoltava l’angolo. E noi dietro. Avevamo fatto il percorso inverso a quello di prima. Infatti, Picone era tornato al paese di Jacopo e aveva parcheggiato nei pressi del supermercato, nell’area di scarico dei camion. Qui aveva incontrato il padre di Poppo e si erano messi a litigare. Jacopo era riuscita a scattare un po’ di foto con il cellulare.
Io stavo lì con un pensiero fisso in testa. Di sicura a casa la pelosa non aveva retto. Ero quasi certa che per pisciare avesse scelto il tappeto all’ingresso, quello nuovo.

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Jacopo ha letto il libro
Volevo parlare con te
Mica sono un tipo pericoloso
Il tempo a disposizione sta per scadere
Proprio da me doveva venire?
Le nove e venti, lui è ancora qui
Un banale incidente
Adesso cosa devo fare?
Siamo rimasti a parlare chiusi nella Smart

Siamo rimasti a parlare chiusi nella Smart

Mezz’ora dopo ero già in macchina, l’aria condizionata a manetta, diretta verso quel paesone di periferia che è “quasi Milano”. Non avevo idea di dove fosse l’officina del padre di Jacopo. Il centro, dove finiva l’asfalto e cominciava l’acciottolato, era un’isola pedonale. Non me la sentivo di parcheggiare e inoltrarmi in quel clima tropicale e poi era normale pensare che un’autofficina fosse ubicata un po’ fuori, ai margini dell’abitato. Ho cominciato a girare, la ricerca è durata più di mezz’ora. Alla fine era quasi l’una, ora di pranzo, quando l’ho visto. Stava parcheggiando la moto sotto un casermone, il casco infilato sul braccio. Ho abbassato il finestrino.
«Jacopo, salta su.» Lui mi ha fissato stralunato, poi si è mosso nella mia direzione, piano.
«Muoviti!» ho insistito. «Guarda che entra tutto il caldo.»
«Cosa fai qui?» Già seduto sul sedile, ci stava mettendo troppo a chiudere la portiera. Ho portata la ventola dell’aria al massimo.
«Fa un freddo cane qui dentro» ha aggiunto, sistemando le gambe troppo lunghe nello spazio ristretto della mia Smart. «Come hai fatto a trovarmi?»
«È il mio mestiere venire a capo delle storie, ricordi?» Lui mi ha guardato con sospetto, però è rimasto zitto.
«Cosa hai deciso di fare? Hai avvisato la polizia dei tuoi sospetti su quel tale che spaccia?»
«Non ho fatto niente.» Era già sulla difensiva, dovevo rallentare.
«Hai ragione a non voler fare le cose di furia. Proviamo a ragionarci su insieme. Ti va?» Non dovevo spingere troppo.
«Tu cosa ne pensi?»
«Tu cosa ne pensi!» Era meglio che arrivasse da solo alla conclusione.

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Jacopo ha letto il libro
Volevo parlare con te
Mica sono un tipo pericoloso
Il tempo a disposizione sta per scadere
Proprio da me doveva venire?
Le nove e venti, lui è ancora qui
Un banale incidente
Adesso cosa devo fare?

Adesso cosa devo fare?

Erano passati parecchi giorni, quasi avevo smesso di pensarci, avevo relegato Jacopo in una zona d’ombra, quella in cui metto spunti, riflessioni, fatti utili per un racconto, tutto insieme a decantare dentro la mia testa. Molto si perde, scompare, ma quel che rimane di solito è buono per spenderci due parole sulla carta. Almeno ci posso provare. Jacopo che mi aveva scoperta al parco, aveva letto il libro e si fidava di me. Ma non al punto da lasciarmi il suo cellulare. Ed ecco che mi arriva una mail, un account strano che non porta da nessuna parte, non è neppure un indizio.

Ciao, c’ho pensato tanto prima di farmi vivo. Non volevo. Il fatto è che quel giorno che sono stato da te, tornando a casa ho visto uno che conosco. Quello lì è uno che traffica, me l’aveva detto il Poppi. Diceva che era in affari con suo padre, non so. Al mio amico aveva dato della roba strana che prima l’aveva sballato, poi s’era ritrovato abbioccato. Per dirla tutta, il giro da cui c’era arrivato il pacco di coca, la storia di Nizza, veniva da lui, sempre da lui. Il Poppi teneva i contatti di nascosto da suo padre e ci aveva messo in affari. Hai capito? C’ho pensato tanto se dirtelo. Il Poppi è caduto di sotto per la merda di quello lì. La sua vita è finita molto peggio di quella di Renato.
Adesso cosa devo fare?

Non aveva neppure firmato.
Me lo immaginavo disteso dentro un letto sfatto in una camera stile bazar, neppure tanto pulita, satura di un caldo appiccicoso, cui la finestra aperta su una notte opaca non dava alcun sollievo. Jacopo indossava le cuffia per la musica, da un’altra stanza arrivava il mormorio montante del russare di suo padre.
Non c’era altro dentro lì. Una realtà che stava negli oggetti, non c’era anima.
Per consolarmi mi sono messa a coccolare la pelosa, ma per poco. Anche lei è già quasi altrove e, sazia dei miei grattini, preferisce la solitudine della cuccia.
Davvero non sapevo cosa fare.

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Proprio da me doveva venire?
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Un banale incidente

Un banale incidente

Mi sono messa a cercare in rete tra i fatti di cronaca recenti. È stato facile trovare l’articolo di un giornale locale. È scritto in modo sciatto e racconta della breve vita di Riccardo Salutati, detto Poppo e, soprattutto, della sua fine.
Il ragazzo, diciassette anni, figlio esemplare del proprietario del locale supermercato di catena, famiglia agiata, anche un fratello più grande che ormai vive da un paio d’anni negli Stati Uniti, era un tipo tranquillo, studente del locale liceo scientifico, nessuna stranezza. La polizia ha catalogato la sua morte come un banale incidente finito in tragedia: secondo loro, Poppo ha perso l’equilibrio ed è precipitato dal muretto della chiesa per un’imprudenza. Un volo di cinque metri che gli è stato fatale. L’ipotesi è avallata anche dalle testimonianze degli amici presenti al fatto.
Ma come? Nessun accenno ad alcol e sostanze. Eppure Jacopo aveva detto… Il cellulare mi vibra in tasca.
«Ti devo parlare subito.» Anna si mette di mezzo sempre nei momenti più sbagliati e non spreca neppure un saluto.
«Non puoi irrompere nel mio tempo in questo modo.» Questa volta sono davvero seccata.
«Mi devi aiutare. Ho fatto una scoperta che non mi piace.»
«Quel pover’uomo del tuo amministratore di condominio si è ripreso?»
«Non si tratta di lui» risponde secca. «Il mio vicino di casa spaccia coca.»
«…»
«Sei lì? Non dici niente?»
È passata quasi una settimana dal mio incontro con Jacopo e ora Anna mi riaggancia alle sostanze. Ovunque ti giri ne trovi, magari qualcuno dentro casa tua ne fa uso e tu non lo sai. Guardo la pelosa che dorme sul tappeto, quello nuovo. In casa mia nessuno fuma o altro, ho delle certezze al riguardo. Io e lei abitiamo sole.
«Dai, racconta.» Ora Anna ha tutta la mia attenzione. Questo storia di condominio potrebbe essere lo spunto per qualcosa, ancora non so. Prendo il blocco degli appunti e la penna, a ogni buon conto.
«Il mio vicino, un antipatico! Parlava al telefono con qualcuno e non ha chiuso la porta finestra del terrazzo. Sai, confina con il mio. Io e quello lì abbiamo avuto una discussione e non ci parliamo. Lui tiene sempre tutto chiuso, ma fa davvero caldo e… Parlava con uno non so di dove, era arrabbiato. Diceva che la polizia poteva arrivare a lui.»
«Non ho capito niente di quello che hai raccontato»
«Sei lenta! Picone, il mio vicino, ha detto: “Mi spiace per tuo figlio, ma stai attento. Se ti fanno una perquisizione nel supermercato viene fuori un casino.” Poi c’è stato silenzio, forse parlava l’altro e dopo Picone si è messo a gridare: “Guarda che tre chili di coca non sono uno scherzo e poi mi devi ancora saldare, stronzo!”.»
Supermercato. Mi spiace per tuo figlio. Continuo a scrivere e riscrivere queste parole sul taccuino, ma la mia testa è altrove.

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Proprio da me doveva venire?
Le nove e venti, lui è ancora qui

Le nove e venti, lui è ancora qui

Venti minuti. Sono venti minuti che stiamo in silenzio, Jacopo è impietrito, la faccia di gesso sotto l’abbronzatura, io ho continuato a ravanare nei cassetti della mia testa per trovare un concetto, una frase bella, una parola, magari solo un suono giustificato da un’intonazione. Ho lanciato l’amo infinite volte ma non ho pescato niente.
Il cane continua a ronfare, il caldo aumenta. A quest’ora dovrei avere già acceso il PC, consultato l’agenda, verificato i vari fb, tw, lk e tutta quella roba lì per controllare gli aggiornamenti e le notifiche, una menata.
Devo trovare il modo di sbloccare la situazione. Sono irritata perché non ho capito quale sia la cosa giusta da fare, non ho trovato neppure qualcosa da dire anche se io con le parole ci campo: ci gioco, le metto vicine, in modo coerente e con armonia, le ascolto, le sposto, le cambio, le assaggio e le mescolo di nuovo in un’altalena di variazioni che mi dà il mal di mare, almeno fino a quando non riesco a cavalcare l’onda, il momento in cui una frase, o magari un paragrafo mi sembrano giusti. Finiti.
E magari alla prossima rilettura cambierò tutto di nuovo.
Jacopo sospira, accidenti.
«Stai meglio?» Verso dell’altra acqua nel bicchiere ancora pieno a metà.
Lui alza la testa e mi guarda, gli occhi rossi, l’espressione sconvolta «Scusami, non so… non mi è mai successo. Che figura da cretino.» Frega con vigore le mani sulla cosce.
«Non hai niente di cui scusarti.» Cerco di consolarlo. «Solo gli uomini veri piangono.» Intanto Jacopo si è alzato; ora vorrei che raccontasse. «Resta pure, quel che avevo in programma per stamattina non è così importante.»
«Non posso. Devo andare.» È già alla porta, la apre.
«Lasciami il tuo cell» dico, mentre lui aspetta l’ascensore.
«Non importa» sorride mentre è già dentro la cabina. «Ti chiamo io, prima di venire. Ti chiamo presto.» Fa un cenno di saluto mentre le porte si chiudono.
Sono scontenta, curiosa, immusonita. Che storia è questa? Eppure era una mattina quieta. E poi, sarà una storia bella o una tragedia?

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Proprio da me doveva venire?

Proprio da me doveva venire?

Jacopo che vive senza libri e senza mamma, cui è morto un amico. Proprio da me doveva venire?
«Mi dispiace.» Allungo una mano e gli stringo il polso. «Renato avrebbe saputo ascoltarti meglio di me.»
«No!» quasi grida. «Proprio a te volevo dirlo. Tu sei una che capisce le persone. Hai capito lui, per questo ti ho cercata.»
È un momento difficile, eppure mi viene da ridere. Il ragazzo ha inventato la proprietà transitiva della comprensione. D’improvviso mi ricordo quel che Raul Montanari, uno che scrive da dio e insegna da vero maestro, raccomanda ai suoi allievi: «Consegnatemi solo lavori che valgano lo sforzo di essere letti. Non cercate di rifilarmi una cosa qualsiasi, non usatemi come il vostro scarico del lavandino». Ecco, ora è così che mi sento: lo scarico del lavandino.
«Vuoi parlarmene?» sospiro.
«È successo l’altro sabato. Eravamo stati in giro, così, una serata scesa.»
«Sarebbe?»
«Smorta, una noia. Come dici tu?» Mi guarda stupito. «Lui, Poppo, era bevuto da matti e di sicuro si era calato qualcosa, siamo finiti in piazza, sulle scale della chiesa. Lui faceva quello che cammina in equilibrio sul muretto. Sotto c’era un bel salto, ma noi non gli badavamo.» Smette di parlare, perso nella scena che sta rivivendo. Lo aspetto. «È caduto, cazzo! Noi eravamo tutti bevuti. Qualcuno è saltato sulla moto ed è scappato, siamo rimasti lì in tre, ci abbiamo messo un po’ a capire che dovevamo chiedere aiuto.» Adesso piange. Gli occhi bassi, i lacrimoni che gocciolano sui bermuda, un sibilo appena accennato che si confonde con il respiro che batte più in fretta.
Capisco che è solo da tanto, che suo padre fa quel che può ma qualcosa deve avere sbagliato, che lui viaggia senza corazza, una lumaca senza guscio. Guardo l’orologio sulla mensola: sono le nove, la pelosa ha mangiato la pappa e ora dorme sul tappetino davanti al lavello, nella cesta della frutta sono rimaste solo tre pesche.
Inquadro di nuovo il ragazzo. Non c’è lo schermo del PC tra noi, non siamo su Skype.
Non so cosa fare.

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Il tempo a disposizione sta per scadere

«Quanti libri. Mai visto tanti libri in una casa.»
«Dai, spostati.» Spingo Jacopo un po’ avanti. «Se stai piantato lì come un palo non posso chiudere la porta.» Lui non risponde, mostra un’espressione scema che lo fa sembrare ancora più bambino. Si guarda attorno, intimidito.
«A casa tua non ci sono libri?» È una domanda che faccio spesso attingendo a un ventaglio di intonazioni che vanno dalla scherno alla compassione. So che è sbagliato, ma ormai sono in quell’età in cui la pazienza è esaurita. E da parecchio. Con Jacopo uso un tono piano, senza alcuna intenzione.
«Ne avevamo un po’, di mamma. Quando lei se ne è andata mio padre li ha dati via.» Non aggiunge altro, non chiedo niente, ma comincio ad arrovellarmi: scappata con l’amico, scappata dal marito che la menava, scappata per cercare la libertà con Thelma oppure morta? E quel figlio? Mica si può lasciare un figlio così.
«Vuoi dell’acqua o preferisci un caffè?»
«Acqua. Se con le bolle e gelata, è meglio.» Mi dirigo in cucina, dietro la pelosa, lui mi segue e si siede al tavolo, come fosse casa sua. Gli è tornato il sorriso.
«Doveva essere un gran bel cane» dice, ammiccando.
«È ancora bella, di una bellezza diversa. Voi ragazzi non capite.» Sono indispettita mentre difendo anche me stessa. Intanto preparo la ciotola con la pappa, sostituisco l’acqua nella scodella e ci aggiungo un paio di cubetti di ghiaccio perché si mantenga fresca. Dopo avere servito il mio cane, offro l’acqua a Jacopo e mi accomodo anch’io al tavolo.
«Dimmi cosa vuoi, il tempo a disposizione sta per scadere.» Un po’ lo prendo in giro mentre lui si è fatto serio, ora pare un uomo.
«Posso fumare?»
«No» dico secca.
«È morto un ragazzo che conoscevo. Non era proprio un mio amico, solo uno del mio giro. Sono passati dieci giorni.» Adesso tace. Il suo è un silenzio in cui si avverte un dolore sincero.

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Jacopo ha letto il libro

Ombra di cane«Ciao, sono Jacopo.» D’istinto mi tiro di lato e allungo il passo. In realtà cerco di mascherare l’inquietudine che provo nel trovarmi ’sto ragazzo di fianco. Si è presentato in modo urbano, però non sono tranquilla. Sono le sette del mattino, il parco è deserto; ci siamo solo io, la mia vecchia cagna e questo qui, che non conosco. Ha bermuda blu un po’ stinti, maglietta bianca con la solita scritta “Keep calm” che ormai fa sfigato e una faccia da impunito. I capelli sono ricci, un po’ lunghi, gli occhi scuri, il sorriso… da calabrone.
«Ci conosciamo?» chiedo, le mani infilate in tasca alla ricerca del mazzo di chiavi di casa, unica improbabile arma da difesa.
«Io so chi sei. Hai scritto il libro con Tormenta.» Mi guarda dritto negli occhi.
«L’hai letto?» La paura è svanita, anzi sono lusingata. La vanità dello scrittore non è cosa che si possa contenere.
«Tutto d’un fiato.»
«Cosa ne pensi? Ti è piaciuto?» Ormai sono presa, non mi accorgo neppure che il cane è rimasto indietro e che fa già caldo. «Come fai a sapere che sono io che l’ho scritto? Chi sei?» Adesso mi sono bloccata in mezzo al vialetto, vicino al cestino dei rifiuti traboccante di lattine e cartoni di pizza, a terra una distesa di fazzoletti di carta su cui non voglio indagare. Guardo il ragazzo e spio l’erba gialla e gli alberi tristi del parco di città, oltre le sue spalle.
Nessuno in vista.
Intanto la pelosa ci ha raggiunto. Si è seduta nell’erba che pare fieno, contenta della sosta. Non posso neppure fidarmi del suo istinto, sopito dagli anni. È tranquilla, lei, ma io no.
«Chi sei?» ripeto con più foga.
«Un amico di Tormenta. Non proprio un amico, tutto sommato.» Ride. «Lui conosce mio padre che fa il meccanico e si intende di auto sportive. Insomma, dai! Sono quello che ha riempito di botte a Nizza, lo sai.»
In effetti ho scritto la storia in un post proprio su questo blog, la cronaca fedele di quello che mi ha raccontato il mio amico. Vabbé, ma come è arrivato fino a me questo ragazzo? Cosa vuole? Infilo gli occhiali da sole e lo osservo meglio. Non c’è che da farlo parlare. Ho tempo, è presto. La giornata è ancora tutta da scoprire.

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