Professione Ghost Writer: Il blog cambia casa, ora lo trovate qui: www.iltuoghostwriter.it

Ho rinnovato il sito Il tuo ghostwriter, ora ha una struttura nuova e comprende anche il blog, che prima abitava a un altro indirizzo e delle pagine dedicate a ciascuno dei miei libri, quelli pubblicati e quelli che si andranno ad aggiungere, ancora in divenire. Mi definisco una “capra informatica”, quindi la transizione definitiva al nuovo assetto del sito richiederà un po’ di tempo, magari ci sarà qualche disguido, in breve sono certa che riuscirò a raggiungere l’equilibrio ideale. Il mio lavoro, quello dello scrittore fantasma, è parecchio cambiato negli ultimi anni. L’anno scorso sono usciti due libri che hanno in copertina il mio nome insieme a quello dei miei narratori: La regola dell’eccesso, coautore Renato Tormenta e Tessa e basta, coautrice Tessa Krevic e non è neppure finita qui: altre uscite sono già in programma. Il vecchio sito aveva un’aria datata, insomma, era giunta l’ora di svecchiare la mia immagine, dare uno spazio dedicato e organizzato alle pubblicazioni e favorire il dialogo con i lettori. Certo in più ci vorrebbe un intervento di chirurgia plastica per ringiovanire l’aspetto della ghost writer ma io, oltre a essere una fifona tremenda, tutto sommato sono anche piuttosto orgogliosa dei segni dell’età che, secondo me, contribuiscono a dare spessore alla storia e alle esperienze di una persona. Mentre attendo che tutti i pezzi del puzzle combacino, ne approfitto per aggiornare qualche testo e pensare nuove storie che troveranno posto nel blog.

Mi piacerebbe molto che i blogger che mi seguivano qui continuassero a seguirmi al nuovo indirizzo http://www.iltuoghostwriter.it/argomenti/blog/

Dai. vi aspetto!

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Dai, cosa ti costa fare una telefonata!

«Come state? Se non chiamo io…»
«Elisa fa ancora fatica a camminare. Dobbiamo aspettare per capire se dovrà fare della fisioterapia.»
«Quella caduta è stata una rovina. È depressa?»
«Parecchio. Il pomeriggio deve comunque curare quel cazzo di bambina.»
«Come stanno i tuoi nipotini?»
«Sempre malati. E maleducati. Ci attaccano tutte le malattie che prendono all’asilo e noi siamo vecchi. Ci tocca curarli e loro ci prendono a male parole. Adesso sono ancora piccoli, figurati tra qualche anno.»
«Sei il solito esagerato!»
«Non esagero un cazzo e mio figlia è una cogliona. Lascia stare mio genero, quello…»
«Il cane?» suggerisco per uscire dall’impasse di una conversazione stralunata.
«Poveraccio, è rincoglionito ma tiene duro. Ogni tanto piscia in casa, si perde sotto il tavolo della cucina e si spaventa. Oppure mi chiama in piena notte e mi tocca scendere in giardino. Continuo a portarlo dal veterinario, ma quello lì ha una sua filosofia. Dice che il cane non soffre, tutto sommato per l’età che ha sta bene. Insomma, non è uno di quelli a favore dell’eutanasia. Di certo io non gliela chiedo. Però è dura aspettare, poi tu mi puoi capire. Anche il tuo…»
«Sì. Hai ragione anche il mio, ormai. Del resto ha passato i centocinque anni, tradotti dall’età canina a quella umana. Tutto sommato se la cava ancora bene.» D’istinto faccio il paragone con mio suocero, sordo, con la cataratta, affetto da demenza senile e con difficoltà a deambulare. Lui è anche incontinente, ma c’è la badante. Il mio cane non sporca, ma non vuole più stare con la dog-sitter e non posso uscire. Sono mesi che non vedo un ristorante.
«È un periodo del cazzo e non accenna a finire» prosegue Antonio. «Vogliamo parlare della borsa? Di quel che sta succedendo alle banche?»
«Meglio di no!» Comincio a pensare a cosa posso dire per chiudere in modo dignitoso questa telefonata: frasi di circostanza. «Mi ha fatto piacere sentirti.»
«Anche a me. Salutami tuo marito. Appena possibile organizziamo un’uscita, come ai vecchi tempi.»
«Sì» rispondo senza entusiasmo. La vedo difficile. Dobbiamo aspettare che i nostri cani abbiano raggiunto il paradiso dei quadrupedi. Riguardo a mio suocero non si sa, basta che la badante non decida di tornare in Romania e poi bisognerà vedere se nel frattempo non avremo perso tutti i soldi con un crollo di borsa e il bail in. Saremo così vecchi per allora che forse ci ritroveremo nella stessa casa di riposo, Elisa ed io spingeremo lungo il corridoio i nostri uomini sulle sedie a rotelle.
La sala mensa sarà il nostro Savini.

Divagazioni sul mercato immobiliare, su quando avevo più amici vivi e sulle risate

Ho finito ora di leggere il post sul mercato immobiliare di Toronto scritto dal mio amico Filippo, emigrante di ultima generazione. Ve lo consiglio, vi farà ridere se eviterete di fare il confronto tra il Canada e l’Italia.
Ora mi domando: ci siamo accorti di quanto poco ridiamo negli ultimi tempi.
Quanti di noi hanno occasione di ridere di gusto almeno una volta al giorno? E a giorni alterni? Almeno una volta a settimana? Nooo? E neanche una volta al mese?
Per quanto mi riguarda posso pescare i momenti in cui ho fatto grasse risate solo nel mio passato. Sì, occasioni ne ho avuto e molte, bei periodi, ero in forma (ero anche più giovane e questo aiutava). Oddio ora sono una pantera grigia piacente, ma è un’altra cosa.
Gli amici erano simpatici, frizzanti, disponibili alla battuta.
Avevo anche più amici vivi.
Dai, non toccatevi che non è bello.
Siete miei amici? Beh, io sono uno scrittore, ma fantasma.
Dovete preoccuparvi? Decidete voi.
Questa è una fase della vita in cui sembra che tutto stia per spegnersi, disgregarsi, andare a male, perdere di valore.
Sullo spegnersi che c’è da dire? Mica è difficile immaginare cosa si spegne.
Quella cosa lì, il desiderio soprattutto riferito al sesso.
Possono raccontarci quello che vogliono, che non si invecchia più e che la chirurgia plastica e il botulino fanno miracoli anche nei punti chiave (ho scritto chiave?), ma sono tutte cretinate.
Che poi è mica che uno ci debba fare una malattia! Ogni cosa ha il suo tempo e se a suo tempo il tempo non l’abbiamo perso allora non è adesso il tempo di avere dei rimpianti.
Ora quel che conta è altro.
Come, per esempio, il trovare l’occasione per farsi una risata di quelle sane.
Nel presente e non persi dentro la nostalgia di un ricordo.
Ma ritorniamo al mercato immobiliare.
Se a Toronto le case sono ancora un investimento redditizio è solo perché i canadesi sono indietro rispetto a noi. Su-pe-ra-ti. Quel fenomeno lì, della stamberga che compravi a due lire e valeva oro nel giro di sei mesi, qui l’abbiamo già visto. Ci ha anche fatto fare pazze risate e ballare la rumba per certi affari che ci hanno reso l’iradiddio, grazie alla casetta in valle del diosadove ereditata alla morte del nonno.
Vi ricordate la stalla semi-crollata venduta a peso d’oro?
In Canada sono ancora a quel punto lì, fanno soldi a palate. Vere spe-cu-la-zio-ni-ni, poveracci.
Anzi, peggio, provinciali!
Noi, invece, siamo avanti.
Ora le nostre case hanno perso almeno il venti percento del loro valore. Siamo più vecchi e più poveri e non abbiamo più voglia di eseguire tutte le migliorie e le manutenzioni che ci entusiasmavano fino a qualche anno fa. Perché quando diventi una pantera grigia della casa ti frega di meno, il tuo interesse è tutto concentrato nel goderti l’ultimo scampolo di vita vera che ti resta e che non sai neanche quanto durerà. A questo punto, se ti è rimasto un po’ di buon senso, non investi in una ristrutturazione che ti toglierà il sonno con la parcella dell’architetto. Preferisci organizzarti un bel viaggio, conoscere nuovi amici, concederti il tempo per riflettere e capire che non c’è niente che conti davvero quanto la possibilità di ridere almeno una volta al giorno insieme a qualcuno cui tieni.
Un obiettivo difficile da raggiungere di questi tempi, forse troppo ambizioso.
E allora?
Allora tiriamo a campare e seguiamo le quotazioni del mercato immobiliare.

Un malloppo di ricordi inutili

Fuori è buio pesto, c’è la nebbia e un’umidità appiccicosa ha trasformato i miei capelli in una nuvola di zucchero filato al carbone.
Come quello della Befana.
Per sbaglio mi vedo allo specchio, un passaggio veloce mentre poso il cappotto. Preparo un caffè e mi sistemo sul ponte della mia nave, la scrivania. Accendo il computer e faccio partire la colonna sonora che mi fa compagnia negli ultimi tempi; comincia con Sitting on the dock of the bay. Apro un nuovo foglio di word, devo aggiornare il blog, programmare le prossime uscite. Potrei guardare tra i file in attesa di essere completati, ramazzare qualcosa tanto per cominciare l’anno senza fare troppa fatica, ma dopo quasi due giorni di inerzia indolente, ho voglia di far correre le dita sulla tastiera.
Adesso sono le note di Stand by me che mi riportano nel passato mentre ho appena messo i piedi in un nuovo anno. La musica mi conduce lontano, all’indietro, tante cose, fatti, persone, emozioni appena abbozzate, frammenti veloci. In modo spontaneo e senza intenzione mi ritrovo a iniziare il percorso che consiglio ai miei narratori, le persone per cui scrivo le autobiografie come scrittore fantasma. Chi deve prepararsi a raccontare la storia di una vita deve fermarsi sui ricordi, far riaffiorare ogni dettaglio magari con l’aiuto di vecchie foto, lettere o altri documenti.
Ma io non mi fermo.
Corro perché so che il tempo si è accorciato.
Ho troppe cose alle spalle, un disordine caotico, anni accatastati in bilico precario, facce ben chiare nella mente, volti sfumati di cui non rammento il nome e strette al cuore e risate, pochi rimpianti e tanta nostalgia.
Richiudo, uno dopo l’altro, i cassetti del mio passato. Qualcuno scivola leggero sulle guide, qualche altro scorre a fatica, devo calibrare la spinta, accompagnarlo nella corsa, l’ultimo proprio non riesco a serrarlo.
C’è qualcosa di troppo che lo blocca.
Lo riapro, so cosa contiene, roba recente, avanzi, situazioni irrisolte che oggi non ho voglia di affrontare. Arriverà quel momento, ma non è adesso.
Premo con le mani per contenere lo spazio di quegli scarti disordinati. Sotto le dita sente stoffe morbide di seta e velluto e qualcosa di ispido che punge e fa male. Sale un profumo di mela e poi di fumo stantio, l’odore di vaniglia del mio cane, sento in bocca il gusto di un gelato al pistacchio.
Non voglio guardare cosa contiene. Mi limito a rovistare, tasto con i polpastrelli premendo forte verso il fondo è incontro il filo di una lama.
Ritiro la mano, c’è un taglio e sanguina.
Che rabbia!
Chiudo il cassetto di scatto, con forza. Rimbomba un’eco esagerata e mi accorgo di avere tranciato via tutto ciò che era in più. Quel malloppo di ricordi che era inutile conservare.
Ecco, ora sono pronta per ricominciare.

Scusi, quanto pesa questo libro?

È quasi un’ora che cammino e non sono ancora arrivata, l’aria fredda mescolata allo smog di Milano mi fa lacrimare. Sono stanca, avrei fatto meglio a prendere la metro. Ho bisogno di un caffè, mi infilo in una grande libreria.
Dentro fa caldo, anzi caldissimo.
Come una vampa, solo che questa è d’origine artificiale perché il riscaldamento è esagerato.
Il bar è in fondo al salone. Avanzo piano, tolgo il piumino, metto i guanti nella borsa, controllo le notifiche sul cellulare e intanto lancio un’occhiata distratta ai titoli messi in evidenza dagli editori che si sono accaparrati una posizione di primo piano.
«Quanto pesa? Quanto è spesso? No, grazie. È troppo grosso.» Un uomo sui cinquanta restituisce un volume dalla copertina scura al commesso che lo rimette a posto senza battere ciglio né obiettare. Mi fermo a origliare e fingo di sfogliare un grosso tomo, autore straniero, genere romantico, almeno così mi pare. Scopro che fa parte di una serie che è già arrivata al quinto volume. Certo ci vuole costanza. Io non ho mai prodotto alcuna serie fino ad ora e non so se ne avrò l’occasione. Ogni storia che scrivo è unica, originale e irripetibile, di solito una vita di quelle che stenti a credere che siano vere, invece è proprio così. Intanto il commesso, un ragazzotto dall’aria indifferente e che pare qui per caso, ha borbottato qualcosa al lettore che ama i libri magri.
«No, è che non riesco più a concentrarmi» risponde quello. «La storia deve durare poco, risolversi in poche sere. Altrimenti io mi dimentico cosa racconta il libro tra una volta e l’altra che lo prendo in mano.» Ride un po’ imbarazzato, ma neanche tanto.
Lo guardo, ha le spalle curve, una mano è chiusa sullo smartphone e indossa l’auricolare. È uno di quelli sempre connessi, sempre aggiornati e sul pezzo e magari ha anche un’opinione su tutto. Al contrario di me. Ha un solo limite, non riesce a leggere libri di troppo spessore.
E qui mi spunta un sorriso.
Cattivo.
D’improvviso mi ricordo che sono entrata in libreria per bere un caffè.

 

 

Abbasso il Natale, viva il gospel

Gli spettacoli che mettono in scena i cori gospel sono tra le pochissime cose che apprezzo del Natale, una delle rare occasioni in cui mi capita di sentirmi insieme agli altri, di partecipare in modo attivo all’ascolto di una musica che scarica emozioni a ripetizione, adrenalina pura in note.
Per il resto del Natale non mi piace quasi niente, a parte il sorriso dei bambini; è un disagio che mi appartiene da molto tempo e non sono certo l’unica a provarlo. Ho scoperto che la popolarità di questa festa è inversamente proporzionale all’età dei suoi utenti, ne ho avuto conferma facendo un veloce indagine. Ho cominciato a chiedere a chi mi vive accanto, poi ho ampliato il campione ben oltre gli amici e i parenti, i cugini soprattutto, e ho interrogato i conoscenti, a cominciare da quelli della mia età e dintorni che come me vivono con un peloso a quattro zampe. Infine mi sono allargata agli incontri occasionali, le persone con cui scambio qualche parola al supermercato davanti a un cespo d’insalata, o dal parrucchiere per tinta e meches. Per ultimo ho chiesto alla Giusi di aiutarmi in quest’impresa. La Giusi è la portinaia del condominio in cui abito, Verde Smeraldo, una tipa strana che concede raramente il Mi piace a chicchessia. Per qualche imperscrutabile motivo, fino ad oggi sono tra i pochi che possono vantare d’essere nelle sue grazie, quindi mi ha aiutato. Ebbene il 78% – settantottopercento – dei condomini ha dichiarato di detestare il Natale o almeno ha detto di subirlo e se potesse lo abolirebbe. Tutta gente che ha molte primavere sulle spalle. Insomma, questa festa ormai piace poco e a pochi, è tutto un imbroglio.
Vabbé, intanto godiamoci il gospel, comunque mancano una manciata di giorni alla fatidica data. Come diceva il grande Edoardo, “Ha da passà… il Natale”.

L’insostenibile leggerezza del cretino

Vivo un rapporto contrastato con i social, li pratico con piacere e talvolta anche con un pizzico di fatica. Mi è capitato di fare ottimi incontri sul web così come a volte succede per un caso nella vita di tutti i giorni. Ogni tanto svolti l’angolo e sbatti contro un cretino. Fa parte del gioco.
Ecco l’ennesima notifica da Facebook a un gruppo chiuso e ben selezionato, composto da persone che condividono gli stessi interessi. L’ultimo invitato risponde fuori dai canoni della buona educazione: «Scusate, chi siete? Cosa volete, di preciso?»
Eppure sai benissimo chi siamo. Perché questa scortesia?
Mentre leggo la tua risposta ti immagino stravaccato davanti al computer, un giovane invecchiato male, trasandato.
Simpatico come una cicca tra i capelli.
Di lì a un minuto una cara amica, conia una diversa comparazione, altrettanto efficace, e me la manda in privato. Ti definisce piacevole come la sabbia nelle mutande.
Di certo non hai esordito a caso, l’effetto antipatia è voluto. Non so perché e neppure m’interessa, però m’infastidisci. Ti dedico altri cinque minuti di riflessione. Sto cercando l’idea per un post da cazzeggio da collocare a metà settimana e… sì ci puoi stare, ho deciso che ti uso anche se non c’è alcuna morale.
Due parole tanto per dire, per riempire lo spazio sulla carta, chiacchiere da dimenticare subito, prima ancora d’arrivare al punto.
Un post è un post, può essere serio o una scemata.
Senza lode e senza infamia.

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Bookcrossing alla Stazione Centrale

«Ciaooo!» Un braccio svetta sopra la calca della stazione, la mano regge un libro che, grazie alla copertina azzeccata, riconosco nonostante la distanza e la miopia: Tessa e basta.
Tessa Krevic è arrivata. Inizio ad andare nella sua direzione controcorrente mentre lei segue il flusso della folla che la porta da me. A metà strada ci abbracciamo e il libro cade.
«Avete perso qualcosa.» A parlare è un bel tipo sui cinquanta.
«Lo tenga lei» dice Tessa. «L’ha scritto la mia amica.» Mi strizza l’occhio: «Facciamo bookcrossing?»
«Sicuro!» Mi giro verso l’uomo: «Lo tenga pure, lo legga e lo rimetta in circolo. Se poi ha voglia di fare una recensione…». Ce ne andiamo sghignazzando come matte, senza un motivo.
«Tu dici sempre che il libro deve circolare» aggiunge Tessa, strattonando il trolley, impigliato nella gamba di un poveraccio. «Sta andando proprio bene. Sono così contenta! Raccontare la mia storia, vederla scritta in un libro… Mi sento liberata e poi spero che serva anche ad altri.»
È la terza volta che la incontro. Intendo dire che è la terza volta che siamo fisicamente vicine. Invece, quando lei era impegnata a raccontarmi la storia della sua vita, abbiamo fatto indigestione di appuntamenti su Skype. Così siamo diventate amiche e il romanzo in cui narro di Tessa, uscito da un mese, sigilla il nostro incontro.
Lei è una donna spumeggiante, piena di vita, una di quelle persone di cui ti accorgi anche in mezzo a tanta gente. Del resto il carisma, la forte personalità sono caratteristiche comuni a tutti i miei narratori, temperamenti originali, ciascuno a modo proprio. Portano incise nel cuore e nella pelle le storie straordinarie che hanno vissuto.
Trascorriamo il pomeriggio a bighellonare nel centro di Milano. Tessa vuole fare un po’ di shopping per Natale e io sono in ansia per la cena. Cucinare non è una delle mie attività preferite mentre lei è una gran cuoca. In giro per negozi scopriamo di avere una passione in comune, quella per i cappelli. Alla Rinascente ne proviamo un sacco, di ogni foggia, non ne compriamo nessuno. Abbiamo fatto tardissimo, per fortuna ho l’arrosto già pronto e anche l’insalata, pazienza per il primo.
Non smettiamo di chiacchierare poi, in macchina, sulla via di casa, la mia amica si intristisce.
«Mi chiami sempre Tessa» sussurra con una nota di rammarico. «Ho scoperto che scegliere di usare uno pseudonimo non è divertente quando non è un gioco. Però non ho scelta, non posso rivelare chi sono.»
«Tu sei Tessa» rispondo. «Mi sono abituata a chiamarti così per non rischiare inciampi.»
«Peccato non poter fare una foto ricordo, insieme»
«Dai Tessa, facciamola lo stesso. Ti metti di trequarti e nessuno ti riconoscerà.»
«Non se ne parla neanche» dice, seria. «Niente da fare.»
Non insisto, non mi pare il caso. Facciamo come dice Tessa e basta e non ne parliamo più.

(Immagine http://bit.ly/1TGjKCB)

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Intimissimi

Ho bisogno di una boccata d’aria, di distrarmi. È una di quelle giornata in cui mi sveglio con un senso di vuoto dentro lo stomaco.
Prendo il caffè, qualche biscotto, spero che passi.
Aggiungo uno yogurt, ma niente da fare.
Guardo il computer, mi avvicino, poi gli giro le spalle. Ho bisogno di una tregua con dentro qualcosa che non mi faccia pensare e nessuno a disturbare il mio tentativo di decompressione. Il libro che sto scrivendo mi ha invaso la testa.
Andrò a fare spese, ho giusto bisogno di due cose.
Nel negozio di intimo non c’è nessun altro, a parte me e due commesse. Faccio la mia scelta e allungo a una delle ragazze un reggiseno color prugna, taglia terza coppa B.
«Come va?» Il tono è quello di un vecchio amico che ti incontra per caso.
Mi giro, di tre quarti. Vedo uno, il sorriso da deficiente stampato sulle labbra.
«Non mi conosce» dice.
«No.»
«Ho scritto un libro. Una storia di amicizia, amore, alcol, sigarette, serate, nottate, caffè, sesso, vacanze e quant’altro.»
«Desidera anche lo slip coordinato?» mi chiede la commessa.
«Sì, però non ho trovato la mia taglia.» Volto le spalle all’importuno.
«Controllo» risponde la ragazza. «Solo un momento.» Esce da dietro il bancone e passa tra me e lo scrittore.
«Persone a me vicine l’hanno letto. Dicono che sia molto bello e accattivante.» Lui assume un tono confidenziale. Adesso sento il suo alito che mi sfiora la nuca.
«Mi confonde con qualcuno.» Mi giro quel tanto che basta per mostrargli lo scorcio di un sorriso tirato.
«La conosce un mio amico. Lei scrive. È una ghost writer, lo so.»
«Si sbaglia. Non sono io» rispondo. E rivolta alla commessa: «Lasci stare. Prendo solo il reggiseno».
«Lo stile del mio libro è semplice e diretto. Dicono che regali emozioni. Credo, senza modestia, di avere scritto qualcosa di eccezionale. Vuoi leggerlo? Darmi gentilmente un giudizio?» Adesso è passato al tu.
«Sono trentanove euro e cinquanta.»
Allungo la carta di credito.
«Per me sarebbe bello avere un tuo parere. Il più spietato e critico possibile.»
«Prego.» La ragazza mi rende il talloncino per la firma.
«Sono un po’ emozionato a parlare con te» dice lui.
«Lascia perdere. In questo periodo sono molto impegnata» dico, senza degnarlo di uno sguardo.
«Sono solo cento pagine scritte di getto, piene di ricordi e sensazioni. Nessun compromesso, nessuna via di mezzo.»
«Ecco, signora.» La commessa spinge il sacchetto attraverso il bancone. Lo afferro e mi precipito fuori dal negozio. Nel corridoio del centro commerciale c’è una gran viavai.
«Lei mi ispira fiducia. Voglio darle la bozza del mio piccolo capolavoro. Potrebbe darle una lettura veloce? Si legge d’un fiato… Posso fidarmi? Non è che lo farà leggere a qualcuno?» Lo scrittore è tornato al lei.
«Ho fretta. E non mi segua, per favore!»
La scala mobile. Ci sono quasi arrivata. Lui mi tallona.
«Tenga. Gliel’affido.» Infila un fascio di fogli dentro il sacchetto del reggiseno, mentre io inizio a sfilare verso il piano superiore. Un dislivello di forse una decina di metri o poco più.
Sosto in cima alla scala, dove c’è una balaustra trasparente. Lui, da giù, saluta con un cenno della mano, come alla stazione quando parte il treno. Gli restituisco un sorriso seducente, poi frugo nel sacchetto appeso al braccio e disperdo i fogli del capolavoro dall’alto della volta del Carrefour.