Coca e spinelli a colazione – V puntata

Mi hanno portato dell’acqua. Ora è passato, sto meglio. Era da tanto tempo che non avevo un attacco di panico. La cameriera e il barista mi sono intorno. Di certo non vedono l’ora che ce ne andiamo anche se siamo gli unici clienti.
Laurica ha una faccia stralunata… Povera piccola, le doveva capitare anche di vedermi in questo stato. Con i problemi che ha.
Sua madre, la mia amica Mirella, si fa di coca e ruba i soldi al marito per procurarsela. Adesso mi spiego perché al lavoro fosse tanto schizzata!
«Senti Laurica, da quanto tempo la mamma fa uso… Insomma, abusa di quella roba lì?» Allungo una mano per carezzarle una guancia, un gesto di consolazione. Lei si ritrae, mi guarda storto.
«Non so. Io me la ricordo con il naso sporco. Diceva che era farina, ma poi la torta non c’era e neanche gli gnocchi.» Adesso ride. Credo non abbia mai voluto sapere fino in fondo. Il sesto senso speciale dei bambini.
«E tu? Gli spinelli?»
«Dall’anno scorso. Fumano tutti, lo sai» replica, sfrontata.
Non dico niente. Non è mia figlia e neanche mia nipote. Però penso subito a Renato Tormenta, che si è perso perché ha fatto delle sostanze le sue cattive medicine. Forse Laurica ha davanti a sé una strada segnata, forse troverà un bivio e potrà decidere in che direzione andare. Ci vuole testa e tanta fortuna per non restare sulla strada sbagliata troppo a lungo. Jacopo il ragazzino mio amico, ha capito in tempo che doveva virare. Adesso che ci penso, è un po’ che non lo sento, troppo tempo.
Per una volta non so che fare. Non ho neppure l’abbozzo di una possibile soluzione.
«Dove stavi andando?»
«A casa di una mia amica. Io suoi sono via per lavoro fino al prossimo mese.»
«L’hanno lasciata da sola?»
«Nooo. C’è sua sorella che fa l’università», poi aggiunge: «Sua sorella, Marina, studia da avvocato e… sa tutto. Siamo d’accordo che vado da loro e lei chiama mamma e papà.» L’ha detto quasi in un sussurro. Uno squarcio di buon senso, un programma di cose fatte bene.
Quanta saggezza, perfino troppa.
«Lo capisci che devo controllare? Ti accompagno.»
«Lo sapevo che averti incontrato era una sfiga.» Intanto mi pare rinfrancata, il momento brutto è passato per tutte e due. «Che mestiere fai? Ancora la giornalista?»
«Ho smesso da tanto. Faccio la ghost writer
«Sarebbe?» chiede. Non mi stupisco. Sono ancora pochi quelli che conoscono il mestiere dello scrittore fantasma. Neppure il film di Roman Polański, The Ghost writer, è servito ad aumentare la popolarità di quelli che fanno il mio lavoro. «Scrivo romanzi che ricavo dalle storie degli altri.» Il massimo della semplificazione. «Adesso andiamo a casa della tua amica. Chiamo un taxi. Il tuo zaino è troppo pesante.»
Laurica si alza, solleva le braccia, raccoglie i capelli e li infila sotto il berretto di lana. Io indosso il piumino, prendo la borsa. Sono alla cassa e sto per pagare quando lei mi sussurra qualcosa da sopra la spalla.
Mi volto. «Non ho capito» dico.
«Non vorrai mica scrivere di questa storia, vero?» ripete a voce un po’ più alta.
La guardo, seria e rispondo: «Non lo so».
(5 – Fine)

2010-13-GhostWriter-FColonna sonora del film The ghost writer

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No, tu non hai capito niente – IV puntata

Mi guardo intorno, ora nel bar non ci sono altri clienti. È un’ora morta, le dieci del mattino e sono ancora seduta al tavolino con Laurica.
Siamo in pausa per raccogliere le idee.
Di certo lei si sta domandando se ha fatto bene a dirmi che sua madre, la mia amica Mirella, è diventata una ladra. Me la ricordo ai tempi in cui lavoravo anch’io in redazione. Mirella era sempre la prima ad arrivare, efficiente, precisa, mai stanca. Alle riunioni sapeva quando tacere, poi a volte stupiva tutti tirando fuori un’infilata di idee per nuovi progetti, alcuni validi, altri strampalati, sparati lì quasi con affanno. Era strana, anche allora. Eppure non ci avevo fatto caso. Il ricordo è velato dal pregiudizio per quello che so di lei, ora: ruba.
«Senti Laurica, io non ho capito. Non vi mancano i soldi per la spesa e tu… sei in ordine.» Tossisco, mi confondo. «Intendo dire che non ti manca niente, insomma… hai capito quel che voglio dire.» La scruto. In questa storia c’è qualcosa di sbagliato. Che stronzata tutta la faccenda!
Spio la strada attraverso la vetrina macchiata. Piove e fa freddo e io devo ancora andare in copisteria a ritirare la copia dell’ultimo manoscritto: seicento pagine che avrebbero massacrato la mia stampante, poverina. Invece, ho incontrato questa ragazzina con lo zainone. È carina, ma banale, una come tante. Non avrà mai un fascino speciale.
«Mamma ruba a papà i soldi per la coca e lui è convinto che glieli frego io per gli spinelli. Sai, l’anno scorso l’avevo fatto.» Lo dice tutto d’un fiato, gli occhi grandi, spalancati come quelli di un fumetto. «Allora? Ci prendiamo l’aperitivo?»
Il mio braccio si muove lento, verso l’alto, la mano sventola in una specie di saluto. La cameriera si muove da dietro il banco e mi fissa preoccupata.
Ho appena recuperato nella borsa un sacchetto di carta marrone. Ora ci respiro dentro.
Sono previdente, io. Non esco mai senza avere un sacchetto a portata di mano.
(4 – Continua)

Sono venuta via da casa – I puntata

«Oddio, sei tu! Vieni qui.» Abbraccio la figlia della mia amica. «Quanto tempo è passato! Come stai? Come state tutti?» Lei è imbarazzata, resta rigida tra le mie braccia. E non parla.
È impaurita. Sono le nove passate da poco, a quest’ora dovrebbe essere a scuola.
«Cosa c’è?» L’allontano da me, ma le tengo la mano. La distanza di due braccia quasi distese è come un muro trasparente, spesso quanto basta per non far passare neanche le parole. Laurica ha con sé uno zaino fuori misura, almeno per i libri di scuola.
«Vieni. Andiamo a prenderci un caffè.» La tiro di forza dentro un bar scalcagnato, dall’aria muffa. Appeso a un angolo della vetrina c’è il cartello Cedesi Attività.
Ci sediamo a un tavolino con sopra i resti di una colazione, ordino due cappuccini e, mentre aspettiamo, metto in mostra un sorriso rassicurante che non vuol dire niente.
Laurica abbassa gli occhi, con le dita raduna le briciole della brioche del cliente che ci ha preceduto. Lo fa con movimenti lenti e simmetrici, perfino eleganti, poi lo straccio della cameriera interrompe quella digressione utile a rimandare l’inevitabile spiegazione.
Non ci metto il pensiero, ma nel cuore so già quel che mi sentirò dire.
«Lo dirai a mamma!» sussurra mentre le lacrime cominciano a scontornare la riga nera sotto gli occhi.
Le passo un pacchetto di Kleenex. «Occhio, che ti cola il mascara.»
«No» dice. «È waterproof.» Lei scoppia in un pianto dirotto e io in una risata.
Frugo nella borsa, pesco il cellulare e lo poso in grembo, sotto il bordo del tavolino, intanto sono arrivati i cappuccini, per Laurica anche una cornetto.
«Allora?» Tengo le mani chiuse attorno alla tazza, non riesco a smaltire il freddo. La ragazzina condisce il caffelatte con due bustine di zucchero, tira su con il naso, mescola piano. Si toglie il cappello di lana con il pon-pon e due lacci larghi e lenti come copri-orecchie. Un’imponente chioma dorata le scivola sopra le spalle come un mantello.
«Sono venuta via da casa.» Mi fissa, insolente.
«Sei scappata» distinguo. «Non mi risulta che a tredici anni tu sia abbastanza grande per decidere di “venire via da casa”.» Mi abbandono contro lo schienale, allungo le gambe e afferro al volo il cellulare che rischiava di scivolare a terra. Sorrido, cercando di avere un’aria rilassata e accogliente. Mi ricordo quando sono fuggita da casa io, diverse decine di anni fa.
La ragazzina è rossa in faccia, fa tenerezza.
«Perché?» Scelgo una vena cordiale mentre sprofondo nella sedia, silenzio il telefonino e comincio a digitare un messaggio per la mia amica, la mamma di Laurica. Lei adesso singhiozza sopra la tazza.
Dal bancone la cameriera e il barista ci osservano, una stranita, l’altro scocciato.
Ho quasi finito di comporre il messaggio, sto scrivendo le indicazioni per raggiungere il bar.
«Mamma ruba.» Un fiato come l’ultimo respiro.
«Come?» Sto per premere l’invio.
«Sì. Ruba!» È quasi uno strillo. Adesso sono io a lanciare una lunga occhiata ai due dietro il bancone. Loro distolgono subito lo sguardo, lei sistema le tazze, lui affetta il prosciutto per le piadine.
Lascio perdere l’SMS. Per il momento non lo mando più.
(1 – Continua)

Dialogo tra un’oca e un’umana

C’è il sole, d’estate è normale. L’aria è fina qui in montagna, del resto mica siamo in piazza Duomo. Un bel fine settimana di pausa mette il buon umore. Anche no, dipende da un sacco di cose.
Il sacco, le cose.
Quali cose ci sono nel sacco?
L’erba da tagliare, le rose da potare, le siepi… meglio non parlarne.
Il tagliaerba ha esalato l’ultimo respiro. Un altro conto da pagare.
C’è da fare la spesa senza click al pomodoro. Tutti in fila nel supermercatino del paese, poco più di una posteria, che per noi di città è sempre un po’ sguarnito. Il burro, i formaggi e anche il latte si comprano direttamente su alla malga. Vabbé, una bella passeggiata, almeno quella, ma se in piano abbiamo una grande resistenza con la salita ci viene subito il fiatone, le gambe non ce la fanno, manca l’allenamento.
L’umore è verde acido, tono su tono con il prato che vede le sfumature dell’erba variare dal grigio allo smeraldo, dal fresco dell’ombra al bruciare del sole. Lasciamo perdere, meglio ignorare noi stessi per quarantott’ore.

Che diamine, ci vuole un po’ di leggerezza.
Vado a scambiare due parole con qualcuno che mi stia a sentire senza giudicare, con cui magari fare un risata senza troppo ragionare.

Ti regalo un libro

Nizza, gabbiano su un tombino«Hai tempo, adesso? Volevo finire di raccontarti.» Guardo l’ora. Sono le nove del mattino di domenica. Dormivo.
«Mi hai svegliato» bofonchio.
«Mi spiace» dice. «Ti ricordi cosa ti ho detto ieri? Bene. Sapevo che Jacopo aveva fissato l’appuntamento per mercoledì al porto. Sono andato a fare un sopralluogo. La barca, uno splendore! L’incontro era previsto per il tardo pomeriggio.»
«Hai avvisato qualcuno?»
«Ma no, figurati.» Il solito incosciente, Tormenta non si smentisce mai. «Volevi che facessi finire nei guai il ragazzo?»
«Se ci finisci tu, invece?» Chissà perché me la prendo tanto? Per lui e anche perché la mia cagna non sta bene. Mi sta lasciando.
«Dai, non fare così. Guarda che non ti racconto più niente.» Sto zitta, mi calmo.
«Ho parcheggiato la moto in un punto nascosto e poi sono rimasto a bighellonare intorno a piazza Cassini» riprende Renato. «All’ora giusta ero di nuovo a rimirare gli yacht di lusso nei pressi della Violante. Jacopo è arrivato e ha fatto una chiamata con il cellulare.»
«Non ti ha riconosciuto?»
«Non sono mica uno sprovveduto. Mi so muovere.» È un po’ seccato.
«Va bene. Concludi» dico perentoria.
«Dalla barca è scesa una mora sui quaranta, jeans e camicia bianchi, uno zainetto scuro a tracolla. Bella, gran classe. Non me l’aspettavo.»
«Una trafficante donna, che c’è di strano? C’è la parità.» Ma che dico? Straparlo.
Mi guarda torvo, gioca con il pacchetto di Camel. «Lei ha consegnato lo zainetto a Jacopo e si è diretta di nuovo alla barca. Non era neppure arrivata alla passerella che il ragazzo aveva già girato la moto. L’ho beccato lungo la strada un chilometro dopo, in uno spiazzo di quelli dove sostano i camionisti. Era deserto. Quando mi sono tolto il casco si è rilassato, credeva che il nostro fosse un incontro casuale. L’ho riempito di botte.»
«Non ci credo!»
«Oh sì, credici. Nella borsa c’era la roba.»
«Uh?»
«Ho aperto il pacchetto e poi ho fatto cadere la polvere dentro un tombino. Davanti a Jacopo.»
«Pensi che…»
«Sono sicuro che per un pezzo si farà passare la voglia. Prima di andarmene gli ho regalato una copia del libro.»
Sospiro, sono stanca, sto per salutare quando Tormenta dice: «Come sta il tuo cane?»
Torna a casa, Renato.

La Violante

Ho acceso il condizionatore, non resistevo. La vecchia cagna solleva il testone dal parquet e mi fissa riconoscente; la lingua penzolante gocciola sul legno, il respiro si fa meno affannoso. Restiamo in silenzio, a confrontare i nostri anni. Corriamo su tempi diversi alla stessa meta. Lei vincerà, arriverà prima.
«Aspettami» sussurro con il magone. Non risponde. Il costato s’alza e s’abbassa in un respiro regolare modulato sul ronzio del Daikin.
«Ehilà, come va?» Tormenta si affaccia allo schermo, noncurante dell’umido di lacrime trattenute che nascondo in una smorfia.
«Tutto bene» dico asciutta.
«Adesso ti spiego perché sono venuto a Nizza.» Io sto zitta, non chiedo niente. «Non eri curiosa di sapere perché sono partito in fretta e furia?» recita come un bambino ansioso di raccontare come gli è andata a scuola. Le parole rotolano dalla bocca senza passare dalla testa e neppure dal cuore. Mi rilasso contro lo schienale della poltrona, fisso lo schermo senza vederlo. Mi guardo dentro, penso al mio cane, a me.
«Qualche giorno fa ero al solito bar, il Roxy. Stavo seduto fuori a un tavolino laterale per poter fumare in santa pace. Leggevo il giornale. Più in là c’era un gruppo di ragazzini. Uno di loro era Jacopo» fa una pausa a effetto.
Resto in silenzio, lui aspetta. Dopo un po’ chiedo: «Il nome mi dovrebbe dire qualcosa?» Sono distratta. Stasera vorrei stare in muta conversazione con la mia cagna.
«Te ne ho parlato qualche volta. Jacopo è il figlio del mio meccanico. Brava gente, ma il ragazzo ha preso una piega strana. Insomma, ’sto gruppetto di maschi era lì che cazzeggiava quando ho captato un discorso…» cerca l’ennesima sigaretta, poi l’accendino. Ci mette una vita, intanto il tempo scivola via dentro il caldo mitigato dal condizionatore. Io mi limito a guardarlo attraverso lo schermo. È un po’ a disagio, forse mi sente lontana.
«Insomma, stavano parlando di trafficare coca. Ti rendi conto? Ragazzini viziati cui non manca niente eppure nella pancia gli sale quella voglia… Lo capisco anche troppo bene.» La voce è più bassa e anche lo sguardo. Sta ricordando. Adesso ha di nuovo tutta la mia attenzione.
«Lo so» dico. «Hanno tutto e sono lo stesso alla ricerca di non si sa cosa.»
«Ho sentito che Jacopo doveva incontrare qualcuno a Nizza. Mi sono mosso in fretta.»
«L’hai seguito?»
«Sono partito insieme a lui. Ogni tanto l’ho anche superato in autostrada, poi mi sono fatto riprendere. La mia moto è più potente della sua.»
«Ah, capisco.»
«Sapevo che aveva appuntamento al porto.» Spegne la sigaretta, adesso è rilassato. «I ragazzi parlano sempre a voce troppo alta, sono degli sco-stu-ma-ti.» Ghigna. «Quel giorno al bar avevo fatto in tempo a scrivere sul bordo del giornale il nome della barca che Jacopo doveva cercare: la Violante. Già il nome è da sfigati.»
«Va bene, lascia perdere i dettagli. Cos’è successo?»
«Scusa, Susanna. Mi squilla l’altro cellulare, una cosa di lavoro. Ti richiamo.»
«No. Devo uscire.»
«Ah, va bene.» Mi sembra deluso. È una questione di misura, anzi, di dose. Me l’ha insegnato lui.

Train Trip

Amo viaggiare in ferrovia, un mezzo che concede diverse libertà. La meta quella volta era il Machu Picchu e io ero solo. Simone e Ottavio avevano preferito continuare il viaggio in Messico. Ho deciso che era ora di fare festa con un’abbuffata. Del resto avevo bamba in abbondanza. Così ogni mezz’ora lasciavo il mio posto, attraversavo il vagone e andavo in bagno. Lì mi facevo una riga poi, prima di tornare a sedere, tiravo fuori lo specchietto che avevo fregato all’ultima fidanzata e controllavo che il naso non sembrasse uno stampino calato nello zucchero a velo.

Il viaggio era al termine, il treno stava quasi per entrare in stazione. Aprii la porta del bagno per uscire e mi trovai la canna di un mitra dritta sull’ombelico.
«Tutto a posto?» L’agente della polizia ferroviaria peruviana mi lanciò uno sguardo ambiguo.
«Sì, sì. Tutto a posto. Vuoi una sigaretta?» L’altro smontò il cipiglio, abbassò l’arma e diede l’accenno di un sorriso. Accettò l’intero pacchetto e passò oltre. Senza controllare.

La regola dell’eccesso

Il lavoro, i soldi, i viaggi, il sesso, la coca.
Queste erano le cose che contavano.
Non necessariamente in quest’ordine.

Gabbiani

A quindici anni Renato contrabbanda sigarette sul mare di Napoli, a diciotto percorre l’Atlantico sulle navi cargo, a venticinque precipita con un ultraleggero in un’afosa domenica di luglio. Sopravvive, ma l’anima è incrinata. Fa una montagna di quattrini e si cura con cocaina, eroina e rhum. Quando le “medicine” non funzionano, scappa.

Renato Tormenta, campano, è viaggiatore e narratore. Questo libro è nato dalle esperienze di una vita segnata dalla eccessi.

Susanna De Ciechi è giornalista e ghost writer e vive e lavora a Milano. Ha al suo attivo autobiografie, biografie e memoir.

La regola dell’eccesso è il loro libro d’esordio, la stesura di una seconda storia è già avviata.

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