Dai, cosa ti costa fare una telefonata!

«Come state? Se non chiamo io…»
«Elisa fa ancora fatica a camminare. Dobbiamo aspettare per capire se dovrà fare della fisioterapia.»
«Quella caduta è stata una rovina. È depressa?»
«Parecchio. Il pomeriggio deve comunque curare quel cazzo di bambina.»
«Come stanno i tuoi nipotini?»
«Sempre malati. E maleducati. Ci attaccano tutte le malattie che prendono all’asilo e noi siamo vecchi. Ci tocca curarli e loro ci prendono a male parole. Adesso sono ancora piccoli, figurati tra qualche anno.»
«Sei il solito esagerato!»
«Non esagero un cazzo e mio figlia è una cogliona. Lascia stare mio genero, quello…»
«Il cane?» suggerisco per uscire dall’impasse di una conversazione stralunata.
«Poveraccio, è rincoglionito ma tiene duro. Ogni tanto piscia in casa, si perde sotto il tavolo della cucina e si spaventa. Oppure mi chiama in piena notte e mi tocca scendere in giardino. Continuo a portarlo dal veterinario, ma quello lì ha una sua filosofia. Dice che il cane non soffre, tutto sommato per l’età che ha sta bene. Insomma, non è uno di quelli a favore dell’eutanasia. Di certo io non gliela chiedo. Però è dura aspettare, poi tu mi puoi capire. Anche il tuo…»
«Sì. Hai ragione anche il mio, ormai. Del resto ha passato i centocinque anni, tradotti dall’età canina a quella umana. Tutto sommato se la cava ancora bene.» D’istinto faccio il paragone con mio suocero, sordo, con la cataratta, affetto da demenza senile e con difficoltà a deambulare. Lui è anche incontinente, ma c’è la badante. Il mio cane non sporca, ma non vuole più stare con la dog-sitter e non posso uscire. Sono mesi che non vedo un ristorante.
«È un periodo del cazzo e non accenna a finire» prosegue Antonio. «Vogliamo parlare della borsa? Di quel che sta succedendo alle banche?»
«Meglio di no!» Comincio a pensare a cosa posso dire per chiudere in modo dignitoso questa telefonata: frasi di circostanza. «Mi ha fatto piacere sentirti.»
«Anche a me. Salutami tuo marito. Appena possibile organizziamo un’uscita, come ai vecchi tempi.»
«Sì» rispondo senza entusiasmo. La vedo difficile. Dobbiamo aspettare che i nostri cani abbiano raggiunto il paradiso dei quadrupedi. Riguardo a mio suocero non si sa, basta che la badante non decida di tornare in Romania e poi bisognerà vedere se nel frattempo non avremo perso tutti i soldi con un crollo di borsa e il bail in. Saremo così vecchi per allora che forse ci ritroveremo nella stessa casa di riposo, Elisa ed io spingeremo lungo il corridoio i nostri uomini sulle sedie a rotelle.
La sala mensa sarà il nostro Savini.

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Coca e spinelli a colazione – V puntata

Mi hanno portato dell’acqua. Ora è passato, sto meglio. Era da tanto tempo che non avevo un attacco di panico. La cameriera e il barista mi sono intorno. Di certo non vedono l’ora che ce ne andiamo anche se siamo gli unici clienti.
Laurica ha una faccia stralunata… Povera piccola, le doveva capitare anche di vedermi in questo stato. Con i problemi che ha.
Sua madre, la mia amica Mirella, si fa di coca e ruba i soldi al marito per procurarsela. Adesso mi spiego perché al lavoro fosse tanto schizzata!
«Senti Laurica, da quanto tempo la mamma fa uso… Insomma, abusa di quella roba lì?» Allungo una mano per carezzarle una guancia, un gesto di consolazione. Lei si ritrae, mi guarda storto.
«Non so. Io me la ricordo con il naso sporco. Diceva che era farina, ma poi la torta non c’era e neanche gli gnocchi.» Adesso ride. Credo non abbia mai voluto sapere fino in fondo. Il sesto senso speciale dei bambini.
«E tu? Gli spinelli?»
«Dall’anno scorso. Fumano tutti, lo sai» replica, sfrontata.
Non dico niente. Non è mia figlia e neanche mia nipote. Però penso subito a Renato Tormenta, che si è perso perché ha fatto delle sostanze le sue cattive medicine. Forse Laurica ha davanti a sé una strada segnata, forse troverà un bivio e potrà decidere in che direzione andare. Ci vuole testa e tanta fortuna per non restare sulla strada sbagliata troppo a lungo. Jacopo il ragazzino mio amico, ha capito in tempo che doveva virare. Adesso che ci penso, è un po’ che non lo sento, troppo tempo.
Per una volta non so che fare. Non ho neppure l’abbozzo di una possibile soluzione.
«Dove stavi andando?»
«A casa di una mia amica. Io suoi sono via per lavoro fino al prossimo mese.»
«L’hanno lasciata da sola?»
«Nooo. C’è sua sorella che fa l’università», poi aggiunge: «Sua sorella, Marina, studia da avvocato e… sa tutto. Siamo d’accordo che vado da loro e lei chiama mamma e papà.» L’ha detto quasi in un sussurro. Uno squarcio di buon senso, un programma di cose fatte bene.
Quanta saggezza, perfino troppa.
«Lo capisci che devo controllare? Ti accompagno.»
«Lo sapevo che averti incontrato era una sfiga.» Intanto mi pare rinfrancata, il momento brutto è passato per tutte e due. «Che mestiere fai? Ancora la giornalista?»
«Ho smesso da tanto. Faccio la ghost writer
«Sarebbe?» chiede. Non mi stupisco. Sono ancora pochi quelli che conoscono il mestiere dello scrittore fantasma. Neppure il film di Roman Polański, The Ghost writer, è servito ad aumentare la popolarità di quelli che fanno il mio lavoro. «Scrivo romanzi che ricavo dalle storie degli altri.» Il massimo della semplificazione. «Adesso andiamo a casa della tua amica. Chiamo un taxi. Il tuo zaino è troppo pesante.»
Laurica si alza, solleva le braccia, raccoglie i capelli e li infila sotto il berretto di lana. Io indosso il piumino, prendo la borsa. Sono alla cassa e sto per pagare quando lei mi sussurra qualcosa da sopra la spalla.
Mi volto. «Non ho capito» dico.
«Non vorrai mica scrivere di questa storia, vero?» ripete a voce un po’ più alta.
La guardo, seria e rispondo: «Non lo so».
(5 – Fine)

2010-13-GhostWriter-FColonna sonora del film The ghost writer

No, tu non hai capito niente – IV puntata

Mi guardo intorno, ora nel bar non ci sono altri clienti. È un’ora morta, le dieci del mattino e sono ancora seduta al tavolino con Laurica.
Siamo in pausa per raccogliere le idee.
Di certo lei si sta domandando se ha fatto bene a dirmi che sua madre, la mia amica Mirella, è diventata una ladra. Me la ricordo ai tempi in cui lavoravo anch’io in redazione. Mirella era sempre la prima ad arrivare, efficiente, precisa, mai stanca. Alle riunioni sapeva quando tacere, poi a volte stupiva tutti tirando fuori un’infilata di idee per nuovi progetti, alcuni validi, altri strampalati, sparati lì quasi con affanno. Era strana, anche allora. Eppure non ci avevo fatto caso. Il ricordo è velato dal pregiudizio per quello che so di lei, ora: ruba.
«Senti Laurica, io non ho capito. Non vi mancano i soldi per la spesa e tu… sei in ordine.» Tossisco, mi confondo. «Intendo dire che non ti manca niente, insomma… hai capito quel che voglio dire.» La scruto. In questa storia c’è qualcosa di sbagliato. Che stronzata tutta la faccenda!
Spio la strada attraverso la vetrina macchiata. Piove e fa freddo e io devo ancora andare in copisteria a ritirare la copia dell’ultimo manoscritto: seicento pagine che avrebbero massacrato la mia stampante, poverina. Invece, ho incontrato questa ragazzina con lo zainone. È carina, ma banale, una come tante. Non avrà mai un fascino speciale.
«Mamma ruba a papà i soldi per la coca e lui è convinto che glieli frego io per gli spinelli. Sai, l’anno scorso l’avevo fatto.» Lo dice tutto d’un fiato, gli occhi grandi, spalancati come quelli di un fumetto. «Allora? Ci prendiamo l’aperitivo?»
Il mio braccio si muove lento, verso l’alto, la mano sventola in una specie di saluto. La cameriera si muove da dietro il banco e mi fissa preoccupata.
Ho appena recuperato nella borsa un sacchetto di carta marrone. Ora ci respiro dentro.
Sono previdente, io. Non esco mai senza avere un sacchetto a portata di mano.
(4 – Continua)

Che dici? Ci prendiamo l’aperitivo? III puntata

Laurica tace, guarda fisso oltre la vetrina. Sta così da almeno cinque minuti. Io ho bevuto il secondo caffé e decido di forzare un po’ la situazione: «Vuoi dire che Mirella, la tua mamma, è costretta a rubare? Tuo padre però un lavoro ce l’ha ancora?» C’è un po’ d’ansia nella mia voce, sono in affanno. Certo situazioni le leggi sui giornali, te le raccontano, le osservi a distanza, al massimo ti viene un dubbio su qualcuno che conosci, ma non vuoi approfondire. E poi ci sono i migranti, un altro pianeta che guardi da lontano, con il cannocchiale.
Eviti quel che ti gira attorno e non ti piace.
Guardo Laurica: piumino, sciarpa e berretto di buona fattura, roba calda. Maglione troppo grande che non mi pare un granché e poi i jeans e gli stivali bassi. Una divisa, non le manca niente.
Magari in tasca ha l’IPhone.
«Sì, ma non è più come prima» dice. «Mamma ha dovuto rinunciare a delle cose.» Laurica ora tace, lo sguardo perso nel fondo del cappuccino. Io immagino un frigorifero in cui rimbomba l’eco, la doccia senza bagnoschiuma, i collant rappezzati con lo smalto trasparente e l’abbandono del Nespresso a favore della vecchia moka. Mi si stringe il cuore. «Vuoi un altro cornetto?»
«No, grazie. Sono a dieta. Ho preso due chili. Mamma non cucina più e mangio solo schifezze.» Peggio di quel che pensavo.
«Cosa intendi dire? Neppure la spesa… la frutta e la pasta, dei pelati, il pesce, lo yogurt…» Sono in imbarazzo. Mi raddrizzo sulla sedia e penso a come sciogliere la tensione.
Laurica mi guarda di traverso. «Merendine e surgelati e poi…» mi fissa e aggiunge: «Mica ci mancano i soldi per fare la spesa! Cos’hai capito?» Io sprofondo nella confusione e lei cambia registro: «Che dici? Ci prendiamo l’aperitivo?»
(3 – Continua)

Edward_hopper_3D_by_Ryo974

Problem solving per adolescenti, si può fare? – II puntata

«Che significa: “Mamma ruba”?» Conosco Mirella, la mamma di Laurica, da almeno vent’anni. Abbiamo lavorato per diverso tempo nello stesso giornale, poi io ho cambiato mestiere. L’ho un po’ persa di vista. Prima ci sentivamo ogni tanto, non più di due volte l’anno, e adesso era passato un sacco di tempo dall’ultima volta. Intanto Laurica si è rilassata, frigna, quieta. La confessione le ha fatto bene.
«Allora? Spiegami» dico.
«Rogne sul lavoro. Hanno cominciato a darle meno di stipendio, credo il trentapercento. Lei diceva che era un po’ che le cose andavano male. Il giornale aveva perso tanti inserzionisti e l’editore non aveva altra soluzione. Litigava con papà. Tutti i giorni la stessa storia. Papà diceva che erano dei bastardi e lei li difendeva. Io non ci sto dentro con le loro liti. Vado in camera mia, chiudo la porta e metto le cuffie.»
«E poi? Cos’è successo? Perché…» Adesso mi ricordo di avere sentito delle brutte voci sul mio vecchio editore. Avevo ascoltato distratta, ma dentro quello sparlare ci stavano le vite di tante persone: donne, uomini, bambini e ragazzi, la retta dell’asilo da pagare, i libri di testo, il mutuo e le spese di condominio. Perfino il veterinario.
«Pepe, il cane, ce l’avete ancora?» chiedo, ansiosa
«È morto giusto un anno fa, dopo le feste di Natale. Lo abbiamo anche fatto operare, qualcosa allo stomaco.» Gli occhi di Laurica diventano bui. «Alla fine hanno smesso di pagare lo stipendio a mamma. Per diversi mesi. Lei lavorava lo stesso e con papà litigava ancora di più.» Parlare le fa bene, mi accorgo che ha smesso di piangere.
«Poi?» Siamo tutte è due protese una verso l’altra, ai lati opposti del tavolino. Tanto vicine che i nostri fiati si incontrano, ma non oso toccarla.
«Dopo otto mesi che lavorava gratis l’hanno licenziata. È stato prima dell’estate, però siamo andati in vacanza lo stesso. Papà ha detto che ce la potevamo fare, ma era sempre incazzato.» Ora tace, immersa in un pensiero di cui non mi mette a parte.
Aspetto. Voglio darle tempo. Rimetto il cellulare nella borsa, poi le stringo il polso attraverso il tavolino. “Forza, piccolina”, penso. “Butta fuori tutto che ti fa bene”. Laurica non ha ancora finito di sfogarsi e io sto già vagliando una serie di possibili soluzioni. Uno dei miei soprannomi tra chi mi conosce bene è Problem solving, gli altri sono Prestocheètardi e Disastro Ambulante.
Qualcosa vorrà pur dire.
Intanto ordino un altro caffé.
(2 – Continua)