Abbasso il Natale, viva il gospel

Gli spettacoli che mettono in scena i cori gospel sono tra le pochissime cose che apprezzo del Natale, una delle rare occasioni in cui mi capita di sentirmi insieme agli altri, di partecipare in modo attivo all’ascolto di una musica che scarica emozioni a ripetizione, adrenalina pura in note.
Per il resto del Natale non mi piace quasi niente, a parte il sorriso dei bambini; è un disagio che mi appartiene da molto tempo e non sono certo l’unica a provarlo. Ho scoperto che la popolarità di questa festa è inversamente proporzionale all’età dei suoi utenti, ne ho avuto conferma facendo un veloce indagine. Ho cominciato a chiedere a chi mi vive accanto, poi ho ampliato il campione ben oltre gli amici e i parenti, i cugini soprattutto, e ho interrogato i conoscenti, a cominciare da quelli della mia età e dintorni che come me vivono con un peloso a quattro zampe. Infine mi sono allargata agli incontri occasionali, le persone con cui scambio qualche parola al supermercato davanti a un cespo d’insalata, o dal parrucchiere per tinta e meches. Per ultimo ho chiesto alla Giusi di aiutarmi in quest’impresa. La Giusi è la portinaia del condominio in cui abito, Verde Smeraldo, una tipa strana che concede raramente il Mi piace a chicchessia. Per qualche imperscrutabile motivo, fino ad oggi sono tra i pochi che possono vantare d’essere nelle sue grazie, quindi mi ha aiutato. Ebbene il 78% – settantottopercento – dei condomini ha dichiarato di detestare il Natale o almeno ha detto di subirlo e se potesse lo abolirebbe. Tutta gente che ha molte primavere sulle spalle. Insomma, questa festa ormai piace poco e a pochi, è tutto un imbroglio.
Vabbé, intanto godiamoci il gospel, comunque mancano una manciata di giorni alla fatidica data. Come diceva il grande Edoardo, “Ha da passà… il Natale”.

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Bookcrossing alla Stazione Centrale

«Ciaooo!» Un braccio svetta sopra la calca della stazione, la mano regge un libro che, grazie alla copertina azzeccata, riconosco nonostante la distanza e la miopia: Tessa e basta.
Tessa Krevic è arrivata. Inizio ad andare nella sua direzione controcorrente mentre lei segue il flusso della folla che la porta da me. A metà strada ci abbracciamo e il libro cade.
«Avete perso qualcosa.» A parlare è un bel tipo sui cinquanta.
«Lo tenga lei» dice Tessa. «L’ha scritto la mia amica.» Mi strizza l’occhio: «Facciamo bookcrossing?»
«Sicuro!» Mi giro verso l’uomo: «Lo tenga pure, lo legga e lo rimetta in circolo. Se poi ha voglia di fare una recensione…». Ce ne andiamo sghignazzando come matte, senza un motivo.
«Tu dici sempre che il libro deve circolare» aggiunge Tessa, strattonando il trolley, impigliato nella gamba di un poveraccio. «Sta andando proprio bene. Sono così contenta! Raccontare la mia storia, vederla scritta in un libro… Mi sento liberata e poi spero che serva anche ad altri.»
È la terza volta che la incontro. Intendo dire che è la terza volta che siamo fisicamente vicine. Invece, quando lei era impegnata a raccontarmi la storia della sua vita, abbiamo fatto indigestione di appuntamenti su Skype. Così siamo diventate amiche e il romanzo in cui narro di Tessa, uscito da un mese, sigilla il nostro incontro.
Lei è una donna spumeggiante, piena di vita, una di quelle persone di cui ti accorgi anche in mezzo a tanta gente. Del resto il carisma, la forte personalità sono caratteristiche comuni a tutti i miei narratori, temperamenti originali, ciascuno a modo proprio. Portano incise nel cuore e nella pelle le storie straordinarie che hanno vissuto.
Trascorriamo il pomeriggio a bighellonare nel centro di Milano. Tessa vuole fare un po’ di shopping per Natale e io sono in ansia per la cena. Cucinare non è una delle mie attività preferite mentre lei è una gran cuoca. In giro per negozi scopriamo di avere una passione in comune, quella per i cappelli. Alla Rinascente ne proviamo un sacco, di ogni foggia, non ne compriamo nessuno. Abbiamo fatto tardissimo, per fortuna ho l’arrosto già pronto e anche l’insalata, pazienza per il primo.
Non smettiamo di chiacchierare poi, in macchina, sulla via di casa, la mia amica si intristisce.
«Mi chiami sempre Tessa» sussurra con una nota di rammarico. «Ho scoperto che scegliere di usare uno pseudonimo non è divertente quando non è un gioco. Però non ho scelta, non posso rivelare chi sono.»
«Tu sei Tessa» rispondo. «Mi sono abituata a chiamarti così per non rischiare inciampi.»
«Peccato non poter fare una foto ricordo, insieme»
«Dai Tessa, facciamola lo stesso. Ti metti di trequarti e nessuno ti riconoscerà.»
«Non se ne parla neanche» dice, seria. «Niente da fare.»
Non insisto, non mi pare il caso. Facciamo come dice Tessa e basta e non ne parliamo più.

(Immagine http://bit.ly/1TGjKCB)

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