Volevo parlare con te

Il caldo spezza il fiato. Jacopo si guarda le mani, perso in un suo mondo. Immagino che abiti un universo con dentro poche cose. Lo so, a volte sono crudele.
«Se cerchi Renato non c’è» dico. «È partito, starà via parecchio, non so quanto.» Mi dirigo alla panchina di pietra e mi siedo sulla lastra già tiepida. Lo scruto, è un bel ragazzo però è acerbo, ha l’aria di uno che non conosce le donne, ci passa sopra, ma non le capisce. Un peccato, soprattutto per lui. Adesso scuote la testa e ride, tira fuori di tasca le sigarette.
«Veramente volevo parlare con te. Ho visto la tua foto sul blog. Ci ho messo niente a trovarti. Vuoi?» Mi allunga il pacchetto ciancicato.
«Grazie, non fumo.» Anche lui preferisce le Camel, sarà un caso. Si infila una sigaretta tra le labbra, ma non l’accende, poi siede al mio fianco.
«È bello, il vostro libro. Ma è tutta vera la storia?»
«Molti fatti prendono spunto dalla realtà, ma non ho nessuna intenzione di dirti quali.» Allungo un piede nella polvere e disegno un semicerchio, poi ci ripasso sopra. Movimenti lenti e precisi. «I segreti del libro restano tra me e Renato.»
Copertina La regola dell'eccesso su moto da strada«Leggerlo mi ha fatto pensare ai guai in cui mi stavo infilando.» Sottovoce aggiunge: Mi sono riconosciuto in alcune cose». Jacopo accavalla le gambe e fa ruotare tra le dita la sigaretta spenta, piccole particelle di tabacco si disperdono nell’aria. «Il tuo amico mi ha beccato sulla strada a mare, appena fuori da Nizza. Mi ero fermato a pisciare in una piazzuola, non c’era nessuno. È arrivato in velocità, ha tirato giù il cavalletto della moto troppo in fretta, un colpo secco, rabbioso. Insomma, mi ha fatto agitare, ma quando si è tolto il casco l’ho riconosciuto: un vecchio cliente di mio padre. Tu sai com’è finita.»
«Dammi la tua versione, mi interessa.» La mia pelosa si è addormentata nell’erba, il muso ormai grigio riposa sulle zampe incrociate, una postura da signora. Non ho fretta, non ho neanche un caldo esagerato e poi quel ragazzo mi piace. Quello che ho da scrivere a casa può aspettare.
«Mi sono mosso verso di lui con un gran sorriso, la mano tesa.» Jacopo si alza e accompagna le parole con i gesti. «Il bastardo l’ha afferrata con la sinistra e mi ha tirato a una spanna da lui, poi mi ha rifilato un destro nello stomaco.»
«Molto male?» domando. Lui mi guarda come se fossi scema, io penso che è proprio carino. Se fosse mio figlio ne sarei orgogliosa.
«Ti pare? Mi ha gonfiato di botte, mi ha lavorato come un’impastatrice, il tuo amico. Che stronzo!» Adesso Jacopo ha negli occhi una luce cupa e anche la voce è tesa, con dentro una nota di metallo. «È stato attento a non pestarmi la faccia, alla fine ero tutto rotto, ma non avevo un segno. Non sono riuscito a reagire, non ho avuto il tempo e poi non sono abituato a fare a cazzotti.»
«Mi pare normale. È lui che ha abitudini strane, non si è mai tirato indietro quando c’era da menare.» Ho detto troppo, lo capisco da come mi guarda.
«Sapeva anche dove avevo la roba. Mi ha trascinato di fianco al tombino e poi ha fatto cadere tutta la coca tra le fessure.»
Non dico niente, mi limito a un sospiro. Lui si mette a fischiettare una vecchia canzone dei Beatles. Adesso mi sono stufata, me ne voglio andare.

 

Le puntate precedenti:
Luce tra le rovine
La lettrice notturna
Una serata così
Sotto stretta sorveglianza
La Violante
Ti regalo un libro
Jacopo ha letto il libro

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Ti regalo un libro

Nizza, gabbiano su un tombino«Hai tempo, adesso? Volevo finire di raccontarti.» Guardo l’ora. Sono le nove del mattino di domenica. Dormivo.
«Mi hai svegliato» bofonchio.
«Mi spiace» dice. «Ti ricordi cosa ti ho detto ieri? Bene. Sapevo che Jacopo aveva fissato l’appuntamento per mercoledì al porto. Sono andato a fare un sopralluogo. La barca, uno splendore! L’incontro era previsto per il tardo pomeriggio.»
«Hai avvisato qualcuno?»
«Ma no, figurati.» Il solito incosciente, Tormenta non si smentisce mai. «Volevi che facessi finire nei guai il ragazzo?»
«Se ci finisci tu, invece?» Chissà perché me la prendo tanto? Per lui e anche perché la mia cagna non sta bene. Mi sta lasciando.
«Dai, non fare così. Guarda che non ti racconto più niente.» Sto zitta, mi calmo.
«Ho parcheggiato la moto in un punto nascosto e poi sono rimasto a bighellonare intorno a piazza Cassini» riprende Renato. «All’ora giusta ero di nuovo a rimirare gli yacht di lusso nei pressi della Violante. Jacopo è arrivato e ha fatto una chiamata con il cellulare.»
«Non ti ha riconosciuto?»
«Non sono mica uno sprovveduto. Mi so muovere.» È un po’ seccato.
«Va bene. Concludi» dico perentoria.
«Dalla barca è scesa una mora sui quaranta, jeans e camicia bianchi, uno zainetto scuro a tracolla. Bella, gran classe. Non me l’aspettavo.»
«Una trafficante donna, che c’è di strano? C’è la parità.» Ma che dico? Straparlo.
Mi guarda torvo, gioca con il pacchetto di Camel. «Lei ha consegnato lo zainetto a Jacopo e si è diretta di nuovo alla barca. Non era neppure arrivata alla passerella che il ragazzo aveva già girato la moto. L’ho beccato lungo la strada un chilometro dopo, in uno spiazzo di quelli dove sostano i camionisti. Era deserto. Quando mi sono tolto il casco si è rilassato, credeva che il nostro fosse un incontro casuale. L’ho riempito di botte.»
«Non ci credo!»
«Oh sì, credici. Nella borsa c’era la roba.»
«Uh?»
«Ho aperto il pacchetto e poi ho fatto cadere la polvere dentro un tombino. Davanti a Jacopo.»
«Pensi che…»
«Sono sicuro che per un pezzo si farà passare la voglia. Prima di andarmene gli ho regalato una copia del libro.»
Sospiro, sono stanca, sto per salutare quando Tormenta dice: «Come sta il tuo cane?»
Torna a casa, Renato.

La Violante

Ho acceso il condizionatore, non resistevo. La vecchia cagna solleva il testone dal parquet e mi fissa riconoscente; la lingua penzolante gocciola sul legno, il respiro si fa meno affannoso. Restiamo in silenzio, a confrontare i nostri anni. Corriamo su tempi diversi alla stessa meta. Lei vincerà, arriverà prima.
«Aspettami» sussurro con il magone. Non risponde. Il costato s’alza e s’abbassa in un respiro regolare modulato sul ronzio del Daikin.
«Ehilà, come va?» Tormenta si affaccia allo schermo, noncurante dell’umido di lacrime trattenute che nascondo in una smorfia.
«Tutto bene» dico asciutta.
«Adesso ti spiego perché sono venuto a Nizza.» Io sto zitta, non chiedo niente. «Non eri curiosa di sapere perché sono partito in fretta e furia?» recita come un bambino ansioso di raccontare come gli è andata a scuola. Le parole rotolano dalla bocca senza passare dalla testa e neppure dal cuore. Mi rilasso contro lo schienale della poltrona, fisso lo schermo senza vederlo. Mi guardo dentro, penso al mio cane, a me.
«Qualche giorno fa ero al solito bar, il Roxy. Stavo seduto fuori a un tavolino laterale per poter fumare in santa pace. Leggevo il giornale. Più in là c’era un gruppo di ragazzini. Uno di loro era Jacopo» fa una pausa a effetto.
Resto in silenzio, lui aspetta. Dopo un po’ chiedo: «Il nome mi dovrebbe dire qualcosa?» Sono distratta. Stasera vorrei stare in muta conversazione con la mia cagna.
«Te ne ho parlato qualche volta. Jacopo è il figlio del mio meccanico. Brava gente, ma il ragazzo ha preso una piega strana. Insomma, ’sto gruppetto di maschi era lì che cazzeggiava quando ho captato un discorso…» cerca l’ennesima sigaretta, poi l’accendino. Ci mette una vita, intanto il tempo scivola via dentro il caldo mitigato dal condizionatore. Io mi limito a guardarlo attraverso lo schermo. È un po’ a disagio, forse mi sente lontana.
«Insomma, stavano parlando di trafficare coca. Ti rendi conto? Ragazzini viziati cui non manca niente eppure nella pancia gli sale quella voglia… Lo capisco anche troppo bene.» La voce è più bassa e anche lo sguardo. Sta ricordando. Adesso ha di nuovo tutta la mia attenzione.
«Lo so» dico. «Hanno tutto e sono lo stesso alla ricerca di non si sa cosa.»
«Ho sentito che Jacopo doveva incontrare qualcuno a Nizza. Mi sono mosso in fretta.»
«L’hai seguito?»
«Sono partito insieme a lui. Ogni tanto l’ho anche superato in autostrada, poi mi sono fatto riprendere. La mia moto è più potente della sua.»
«Ah, capisco.»
«Sapevo che aveva appuntamento al porto.» Spegne la sigaretta, adesso è rilassato. «I ragazzi parlano sempre a voce troppo alta, sono degli sco-stu-ma-ti.» Ghigna. «Quel giorno al bar avevo fatto in tempo a scrivere sul bordo del giornale il nome della barca che Jacopo doveva cercare: la Violante. Già il nome è da sfigati.»
«Va bene, lascia perdere i dettagli. Cos’è successo?»
«Scusa, Susanna. Mi squilla l’altro cellulare, una cosa di lavoro. Ti richiamo.»
«No. Devo uscire.»
«Ah, va bene.» Mi sembra deluso. È una questione di misura, anzi, di dose. Me l’ha insegnato lui.

Ti offro un kebab

Senzatetto a NizzaSole, mare, caldo. È ora di pranzo, molti cercano di occupare un posto in uno dei tanti locali che si affacciano sulla piazza. Scelgo un bar minuscolo, con l’ultimo tavolino libero immerso in una macchia d’ombra, ordino un kebab e dell’acqua minerale. Mi stiro, scricchiolo, mi sono svegliato da poco. Mi è sempre piaciuto dormire fino a tardi, passare lentamente dal sonno alla veglia, inoltrarmi con cautela in ore già mature, spostando il baricentro del mio tempo la sera, per entrare nella notte. Ah, le mie notti. Una volta erano intense, frenetiche…
Un anziano attraversa lo spazio davanti al locale, fa il gesto di suonare un violino e canticchia a mezza voce, poi allunga la mano sporca. Non suscita pena, ma fastidio e disgusto.
«Ehi, tu. Cosa suoni?» chiedo.
«Sono un compositore» farfuglia in un francese biascicato. «Dammi qualche soldo. Ho fame.» Parla rivolto a tutti e a nessuno. Ha barba e capelli incolti, gli occhi rossi, la faccia gonfia di chi beve. Riconosco i segni. Gli chiedo di raccontarmi la sua storia.
«Sono un compositore. Suonavo, dirigevo, anche.»
«Il violino? Suonavi il violino?» Qui si impappina, lo sguardo perso, le braccia abbandonate lungo i fianchi. Adesso è in un altrove, io lo so.
«Hai fame?»
«Sì. Dammi qualche soldo.»
«Ti offro kebab e Coca Cola. Siediti qui con me.» Ripeto più volte l’invito. Il vecchio è incredulo, poi si convince, accetta. Qualche avventore mi fissa contrariato. Il padrone del locale viene verso di me, lo scontento dipinto sul viso.
«C’è qualcosa che non va?» lo prevengo. «Il signore è mio ospite.» Chiudo la questione e ordino.
«Non vuoi del vino? Tu non bevi?» Il violinista insiste, seduto davanti a me. Forse non è poi così vecchio, potrebbe avere la mia stessa età. Potrei essere io allo specchio.
«No. Solo acqua. Alcol spero mai più. Anche tu dovresti darci un taglio. Mi sembri al capolinea.»
Lui abbassa gli occhi, la curva delle spalle è quella di un vinto. Purtroppo ho fatto centro.

Sotto stretta sorveglianza

Gendarmi e copertina La regola dell'eccesso«Finalmente» sbuffo mentre infilo gli auricolari.
«Che stai facendo?» chiede Renato, indifferente.
«Stavo… Piuttosto tu. Sei sparito, non rispondi. Qui c’è del lavoro da fare.»
«Pensaci tu, dai» sospira.
«Sai la novità!»
«Senti, non ho molto tempo» Renato taglia corto, fa una pausa, sento scattare l’accendino. «Ieri sono stato al porto.»
«Allora?» lo incalzo. «Non mi hai ancora detto perché sei partito.» Mi scoccia non conoscere il motivo del suo viaggio improvviso, però non voglio che se ne accorga.
«Adesso non ho tempo, devo andare. C’è qualcosa che non va, non sono del tutto tranquillo» parte un rumore secco, come un cassetto che si chiude di botto.
«Dove sei, Renato?»
«Dal parrucchiere, ma ho quasi finito.» Non ci posso credere. Sto per dirgliene quattro quando lui riprende a parlare. «Ho dovuto fare qualche cambiamento» e si lascia andare alla solita risata, rauca e catarrosa.
«Quale travestimento hai scelto questa volta?» Mi siedo, sconcertata. Non so mai cosa aspettarmi dopo questi annunci.
«Intanto ti mando una foto, siamo sotto stretta sorveglianza.» Altri rumori, compreso quello del bastone che cade, inconfondibile. «Grazie» dice a qualcuno. «Quanto le devo?» Aspetto, impaziente.
«Sei lì, Susanna?»
«Sì. È arrivata la foto. Riconosco che c’è da preoccuparsi.» Il rumore della strada si sovrappone al cigolio della porta del barbiere. «Stai attento, Renato. Tieni alta la guardia.»
«Lo farò. Ti richiamo appena posso.» Faccio in tempo a sentire il suo fischio, forse sta chiamando un taxi. È già sulla via di fuga.

Una serata così

Sono in uno dei posti più belli di Nizza, passeggio lento, ogni tanto qualcuno dal passo lungo mi sfiora, c’è perfino chi inciampa nel mio bastone. Nessuno si scusa. Li riconosco, sono giocatori impazienti di entrare al Rhul e raggiungere il tavolo del black jack o la roulette.
Mi ricordo di un tempo che credevo felice. Talvolta anche i ricordi mentono e d’improvviso mi cala addosso una sensazione di pericolo che non provavo da tanto. Gonfio il petto per prendere fiato e comincio a tossire tanto forte che la trachea diventa di carta vetrata, il catarro è l’unico lubrificante.
Solo, in mezzo al marciapiede, con le mani sulle cosce, le ginocchia leggermene piegate, mi guardo attorno mentre esalo un respiro rantolante. Attraverso una patina di lacrime, inquadro la Promenade des Anglais con la sequenza degli hotel. La tosse si calma, riprendo fiato.
L’incontro di oggi mi ha provato. Forse dovrei tornare in albergo, riposarmi.
Mi volto verso l’ingresso del casinò e resto ipnotizzato dalle luci sfavillanti, uomini e donne che sfilano sul lungo tappeto centrale dentro il senso vuoto del gioco. Scommetto che nessuno di loro sa cosa l’aspetta.
Il cellulare. È lei, Susy.
M’infilo in bocca una Camel e faccio scattare l’accendino, respiro sulla fiamma che guizza alta e bassa, avanti e indietro. Il telefono continua a squillare, l’accendino è bollente, nel cielo la luna è slavata dal caldo.
Adesso è silenzio. Susy ha capito.
È una serata così.

La lettrice notturna

Lettrice NizzaMezzanotte è passata da pochi minuti, sto ancora scrivendo quando arriva una mail, altre foto.
Un secondo dopo, Tormenta compare su Skype, l’eterna sigaretta tra le dita della mano buona, la faccia tirata per la stanchezza.
«Allora, Renato, cómo estás?»
Lui mi guarda con un mezzo sorriso scuotendo la testa: «Comment allez-vous? Ricordi, Susanna? Sono a Nizza». Si sporge dal balcone e mi offre uno scorcio di panorama dallo schermo del tablet: qualche lampione nel buio della notte, l’insegna di un hotel, una piazza che lascia intuire una macchia scura di verde sul fondo.
«Sono stanco, non sono allenato a fare tante ore di moto.»
«In effetti, alla tua età dovresti riguardarti.» Lo dico apposta, mi diverte farlo innervosire. Nasconde la faccia nell’ombra. Non ho bisogno di immaginare la sua espressione scocciata, lo conosco quasi meglio di quanto si conosca lui. Sono la sua ghost.
«La signora della foto, quella che sta leggendo il nostro libro, chi è?» domando.
«L’ho incontrata al bar, ci siamo messi a chiacchierare. Io avevo una copia del libro, non esco mai senza. Mentre prendevo un frullato lei ha iniziato a sfogliarlo, quando ho finito di bere si era spostata su un divano ed era intenta alla lettura.»
«E dopo?»
«Dai Susy, che domande fai.»
«Ho capito.»
«Ti mando un’ultima foto e vado a dormire. Domani ho in ballo quella cosa.»
«Quale cosa?»
Skype si chiude su di lui che mi manda un bacio.

Bussana, dettaglio

Luce tra le rovine

Ricevo alcune foto di Bussana Vecchia, il paese semidistrutto da un terremoto nel febbraio 1887. Dopo un momento squilla il telefono, è Tormenta.
«Che posto fantastico, diverso da tutti quelli che ho visitato!»
«Detto da te, Renato, che hai girato mezzo mondo… Bussana è un posto speciale, lo conosco bene. È anche un po’ misterioso.» Mi torna in mente un giorno di qualche anno fa, il sole, il caldo, le bouganville di tutti i colori, dal bianco, al rosa, all’arancione, al rosso, al viola, i muri diroccati tappezzati dall’edera.
«C’è un silenzio che fa quasi paura.» Sento Renato scarpinare. Ansima, troppe sigarette.
«A me aveva dato una sensazione di quiete e serenità.» Fantastico di annusare nell’aria l’odore del rosmarino. Illusione, sono nel mio studio di Milano.
Il terremoto aveva colto la maggior parte della popolazione riunita in chiesa per la messa. C’erano state parecchie vittime e in seguito gli abitanti avevano preferito ricostruire le abitazioni qualche chilometro più a valle. La vecchia Bussana rimase ferita e abbandonata più o meno fino alla metà degli anni cinquanta, quando fu ripopolata da una colonia di artisti, parecchi stranieri, che si occuparono di ristrutturare alcune case, quelle meno danneggiate. Erano stati attratti dalla particolarità del luogo, fonte d’ispirazione proprio per le caratteristiche da borgo medioevale.
«Susanna, sei ancora lì?» La voce profonda e rauca di Renato mi scuote.
«Certo! Come mai sei a Bussana?»
«Di passaggio. Sto andando a Nizza, in moto, per quell’incarico.»
«Quale?»
Click. Tormenta è sparito. Si farà vivo.

Bussana Bussana
Bussana Bussana