No, tu non hai capito niente – IV puntata

Mi guardo intorno, ora nel bar non ci sono altri clienti. È un’ora morta, le dieci del mattino e sono ancora seduta al tavolino con Laurica.
Siamo in pausa per raccogliere le idee.
Di certo lei si sta domandando se ha fatto bene a dirmi che sua madre, la mia amica Mirella, è diventata una ladra. Me la ricordo ai tempi in cui lavoravo anch’io in redazione. Mirella era sempre la prima ad arrivare, efficiente, precisa, mai stanca. Alle riunioni sapeva quando tacere, poi a volte stupiva tutti tirando fuori un’infilata di idee per nuovi progetti, alcuni validi, altri strampalati, sparati lì quasi con affanno. Era strana, anche allora. Eppure non ci avevo fatto caso. Il ricordo è velato dal pregiudizio per quello che so di lei, ora: ruba.
«Senti Laurica, io non ho capito. Non vi mancano i soldi per la spesa e tu… sei in ordine.» Tossisco, mi confondo. «Intendo dire che non ti manca niente, insomma… hai capito quel che voglio dire.» La scruto. In questa storia c’è qualcosa di sbagliato. Che stronzata tutta la faccenda!
Spio la strada attraverso la vetrina macchiata. Piove e fa freddo e io devo ancora andare in copisteria a ritirare la copia dell’ultimo manoscritto: seicento pagine che avrebbero massacrato la mia stampante, poverina. Invece, ho incontrato questa ragazzina con lo zainone. È carina, ma banale, una come tante. Non avrà mai un fascino speciale.
«Mamma ruba a papà i soldi per la coca e lui è convinto che glieli frego io per gli spinelli. Sai, l’anno scorso l’avevo fatto.» Lo dice tutto d’un fiato, gli occhi grandi, spalancati come quelli di un fumetto. «Allora? Ci prendiamo l’aperitivo?»
Il mio braccio si muove lento, verso l’alto, la mano sventola in una specie di saluto. La cameriera si muove da dietro il banco e mi fissa preoccupata.
Ho appena recuperato nella borsa un sacchetto di carta marrone. Ora ci respiro dentro.
Sono previdente, io. Non esco mai senza avere un sacchetto a portata di mano.
(4 – Continua)

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Problem solving per adolescenti, si può fare? – II puntata

«Che significa: “Mamma ruba”?» Conosco Mirella, la mamma di Laurica, da almeno vent’anni. Abbiamo lavorato per diverso tempo nello stesso giornale, poi io ho cambiato mestiere. L’ho un po’ persa di vista. Prima ci sentivamo ogni tanto, non più di due volte l’anno, e adesso era passato un sacco di tempo dall’ultima volta. Intanto Laurica si è rilassata, frigna, quieta. La confessione le ha fatto bene.
«Allora? Spiegami» dico.
«Rogne sul lavoro. Hanno cominciato a darle meno di stipendio, credo il trentapercento. Lei diceva che era un po’ che le cose andavano male. Il giornale aveva perso tanti inserzionisti e l’editore non aveva altra soluzione. Litigava con papà. Tutti i giorni la stessa storia. Papà diceva che erano dei bastardi e lei li difendeva. Io non ci sto dentro con le loro liti. Vado in camera mia, chiudo la porta e metto le cuffie.»
«E poi? Cos’è successo? Perché…» Adesso mi ricordo di avere sentito delle brutte voci sul mio vecchio editore. Avevo ascoltato distratta, ma dentro quello sparlare ci stavano le vite di tante persone: donne, uomini, bambini e ragazzi, la retta dell’asilo da pagare, i libri di testo, il mutuo e le spese di condominio. Perfino il veterinario.
«Pepe, il cane, ce l’avete ancora?» chiedo, ansiosa
«È morto giusto un anno fa, dopo le feste di Natale. Lo abbiamo anche fatto operare, qualcosa allo stomaco.» Gli occhi di Laurica diventano bui. «Alla fine hanno smesso di pagare lo stipendio a mamma. Per diversi mesi. Lei lavorava lo stesso e con papà litigava ancora di più.» Parlare le fa bene, mi accorgo che ha smesso di piangere.
«Poi?» Siamo tutte è due protese una verso l’altra, ai lati opposti del tavolino. Tanto vicine che i nostri fiati si incontrano, ma non oso toccarla.
«Dopo otto mesi che lavorava gratis l’hanno licenziata. È stato prima dell’estate, però siamo andati in vacanza lo stesso. Papà ha detto che ce la potevamo fare, ma era sempre incazzato.» Ora tace, immersa in un pensiero di cui non mi mette a parte.
Aspetto. Voglio darle tempo. Rimetto il cellulare nella borsa, poi le stringo il polso attraverso il tavolino. “Forza, piccolina”, penso. “Butta fuori tutto che ti fa bene”. Laurica non ha ancora finito di sfogarsi e io sto già vagliando una serie di possibili soluzioni. Uno dei miei soprannomi tra chi mi conosce bene è Problem solving, gli altri sono Prestocheètardi e Disastro Ambulante.
Qualcosa vorrà pur dire.
Intanto ordino un altro caffé.
(2 – Continua)